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Martedì, 25 Giugno 2019

L’Occidente ha vinto, ma niente è definitivo. E il suo tramonto è sempre possibile…

Capiremmo poco della forma di Stato e di governo dell’Arabia Saudita o dell’Iran, se non avessimo un minimo di consapevolezza con il pensiero, filosofico ma prim’ancora religioso, rispettivamente dell’Islam sunnita wahabita e dell’Islam persiano-sciita.

Così pure ben poco si capirebbe della Cina attuale, ora paradossalmente insieme comunista e capitalista, senza risalire alle sue antiche origini confuciane. Parimenti, la comprensione degli attuali regimi politici occidentali (pur nelle loro permanenti diversità: fra repubbliche e monarchie costituzionali, Stati federali e Stati unitari, common law e civil law, ecc.) presuppone una necessaria dimestichezza con la filosofia politica liberaldemocratica e la necessità di fare i conti, fra le altre, con alcune ancora più antiche radici cristiane.

Ma quanto “durano” nel tempo culture e civiltà, che spesso hanno dato vita a sistemi politici complessi e di rilevanza mondiale, e quanto di esse “resta” nel corso del tempo? Alcune che – per la loro rilevanza trans-epocale – sembravano destinate a durare in eterno sono, a un certo punto, definitivamente “morte”. Penso all’affascinante civiltà egiziana, straordinariamente evoluta più di tremila anni prima di Cristo, che oggi non c’è più. Ma penso anche all’antica civiltà greca, patria di buona parte del pensiero occidentale, o alla stessa civiltà romana, che ha governato il mondo con la forza delle armi e del diritto: naturalmente parte del patrimonio culturale di tali civiltà (soprattutto greca e romana) si conserva, ma esse sono praticamente finite, come del resto le rispettive lingue, non a caso definite “morte”.

L’affascinante civiltà egiziana, straordinariamente evoluta più di tremila anni prima di Cristo, oggi non c’è più. Come l’antica civiltà greca, patria di buona parte del pensiero occidentale, o la stessa civiltà romana che ha governato il mondo. Nella foto del primo piano: “La distruzione dell'Impero romano” di Thomas Cole: Dipinto allegorico ispirato al sacco di Roma dei Vandali del 455

Tuttavia potrebbe dirsi che di tali culture è “rimasto” l’essenziale, ciò che spiega la fine delle rispettive civiltà. In breve, proprio quando il “patrimonio culturale fondamentale” di una data civiltà diviene “bene comune” – nel senso che è stato assorbito ed è diffusamente riconosciuto dai più – paradossalmente proprio allora non v’è più ragion d’essere dell’istituzione che pretendeva di averne il monopolio (Impero, Stato e persino partito…). Così, scendendo di livello, potremmo dire, per esempio, che il “partito liberale” ha avuto senso, ed è effettivamente esistito, solo fino a quando il liberalismo non è divenuto patrimonio comune e indiscusso di tutti e ciò è parso evidente, a maggior ragione, dopo il crollo del muro di Berlino del 1989: oggi siamo tutti, o quasi, liberali, ma non c’è un reale partito liberale. Parimenti la “Democrazia cristiana” (in continuità con il Partito popolare di Sturzo) ed il Partito “socialista” hanno avuto un senso, e sono esistiti, solo fino a quando il messaggio solidaristico (della dottrina sociale della Chiesa cattolica) e la tradizione operaistica (della sinistra) non sono divenuti “patrimonio comune” degli italiani grazie, prima, ai principi costituzionali sul welfare e, poi, alle riforme legislative del centro-sinistra. Infatti oggi, almeno in teoria, nessuno nega i diritti sociali, ma non ci sono più Dc e PSI.

    Insomma, la tesi cui qui timidamente si accenna – si vedrà subito: non sempre condivisibile – è che quando un sistema di valori è recepito, nei suoi tratti essenziali, dalla gran parte dei consociati, l’istituzione o il soggetto rappresentativo in modo esponenziale degli stessi valori (in questi caso alcuni partiti) perde di senso e cessa di esistere.

Infatti, è fin troppo facile rilevare che un’istituzione (per es.: il partito comunista) cessa di esistere quando sono cessati di vivere nell’idem sentire comune i valori che essa ha rappresentato: la cosa è fin troppo ovvia, dunque scontata. Quel che invece non sempre si comprende è l’esatto contrario: che un’istituzione perde la sua ragion d’essere quando i suoi valori “di fondo” sono divenuti ormai patrimonio “comune” di gran parte dei consociati. Ma – come accennato – non sempre è così.

     Provo a spiegare perché, al di là dei micro-esempi ricordati, “non sempre” è così.

La Deposizione di Caravaggio. Scrive Spadaro: “Un caso a sé riveste il cristianesimo: sopravvive, ma è in profonda decadenza nell’Occidente postmoderno. In particolare, la Chiesa cattolica conta sempre di meno, le società occidentali sono largamente scristianizzate e le chiese spesso semi-deserte, se non vuote”.

Per esempio è lecito chiedersi, in questo contesto, “perché” durano ancora, dopo vari millenni, il politeismo indiano ed il monoteismo ebraico. Un caso a sé riveste, poi, il cristianesimo: quest’ultimo sopravvive, addirittura con picchi fideistici (per es.: Medjugorje), ma è chiaramente in profonda decadenza nell’Occidente postmoderno, sempre più secolarizzato. In particolare, la Chiesa cattolica conta sempre di meno, le società occidentali sono largamente scristianizzate e le chiese spesso semi-deserte, se non vuote. Perché? Forse perché l’essenza del messaggio cristiano – riconducibile al riconoscimento della necessità dell’amore (agape) – è divenuta ormai patrimonio comune di gran parte dei consociati, sia pure inteso in sensolaico”, senza appendici trascendenti? Resta il fatto che la religione cristiana oggi è abbondantemente marginalizzata nel dibattito pubblico: pochi pregano, pochissimo credono, un numero davvero esiguo di persone è “praticante”. Dunque, non può escludersi che, com’è finita (dopo più di tremila anni) la religione degli egizi, potrebbe finire (dopo “solo” circa duemila anni) anche la religione cristiana. Nell’interpretazione che propone il filosofo francese François Jullien – nel suo libricino "Risorse del cristianesimo. Ma senza passare per la via della fede”, ora pubblicato in italiano – il cristianesimo è decadente ed agonico proprio perché i suoi valori di fondo, di solidarietà intrapersonale, sono ormai di tutti. E naturalmente sono ormai patrimonio “di tutti” perché sono stati ampiamente “laicizzati”.

Questa tesi, per alcuni aspetti certo fondata, non mi convince. L’amore, nell’interpretazione laica del cristianesimo contemporaneo di cui parla Jiullien, è tutto e solo orizzontale, credendo/presumendo di rivolgersi agli uomini, e non anche verticale, come dovrebbe essere se fosse veramente “agapico” (diretto anche a Dio perché, in fondo, da Lui discende). Così, non solo la fede viene ridotta ad etica – perdendo tutto il suo peculiare (se si vuole irrazionale) significato trascendente – ma il cristianesimo diventa altro da sé: una mera religione laica, una semplice ideologia come il liberalismo o il socialismo.

Non credo, dunque, alla prospettiva dell’assorbimento del patrimonio assiologico del cristianesimo nelle società occidentali, esattamente come sarebbe avvenuto per i valori di fondo del liberalismo e del socialismo, nei tratti essenziali ormai “comuni” a ciascun consociato. Certo, per un verso, potremmo dire che ormai siamo tutti liberali, tutti socialisti e tutti cristiani, ma per un altro verso – se ben guardiamo – è proprio lo straordinario “crogiuolo” del patrimonio assiologico del liberalismo, del solidarismo socialista e del personalismo cristiano – mirabilmente e unitariamente espressi nelle Costituzioni europee del dopoguerra, non ultima quella italiana del 1948 – che oggi è in crisi profonda.

Gli attuali, non trascurabili, fenomeni patologici – neo-fascismo, xenofobia, razzismo, diffusione di paure irrazionali, rifiuto dell’inclusività, intolleranza verso i controlli e le garanzie costituzionali, insofferenza verso le competenze tecnico-scientifiche e manipolazione massificante – provano senza dubbio che oggi è in crisi, non solo in Italia, proprio il ricordato mirabile “crogiuolo” che sta alla base del costituzionalismo liberaldemocratico, solidarista e personalista.

Bisogna lucidamente prenderne atto e reagire, senza illudersi che i “valori buoni” siano stati ormai assorbiti nei nostri sistemi sociali, diventando un patrimonio acquisito e stabile, definitivo o trans-epocale, delle società occidentali. Purtroppo non è così e niente e nessuno possono garantirci che dureranno per sempre. Come tante altre civiltà, anche quella occidentale (con le sue radici, liberaldemocratiche e cristiane) può sparire: non solo a causa di eventi storici puntuali, traumatici e violenti, ma lentamente, impercettibilmente.

Dietro l’“apparente” diffusione in tutto il mondo dei valori di fondo dell’Occidente –tolleranza, pluralismo, solidarietà, personalismo… – potrebbe celarsi il paradosso che si stanno “sgretolando” le istituzioni giuridico-politiche che ne hanno finora permesso l’effettività: gli Stati nazionali (di fronte ai separatismi), l’Unione Europea (Brexit docet), le garanzie dei sistemi costituzionali (attaccate demagogicamente dai populismi), ecc.

Niente è definitivo. È vero, l’Occidente ha vinto – nel senso che, piaccia o no, costituisce oggi il “modello culturale” di riferimento, se non globale, prevalente – ma il tramonto dell’Occidente è sempre possibile. Cominciare a capirlo è già qualcosa.