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Martedì, 21 Maggio 2019

La fuga andata a male, "Lui capo, e io gregario..."

Nell’ottobre 1961, quando dovevo ancora compiere undici anni, mi toccò il collegio Villa Marina a Pesaro, per frequentarvi le scuole medie non arrivate nel paesino alle pendici dell’Aspromonte – gli studi si consumavano alla quinta elementare.

Lacrime, pianti, disperazione, ché mi pareva carcere, una pena comunque spropositata all’idea di progredire negli studi. E una fuga sventata ancor prima che poggiassi i piedi sulla sabbia fine della spiaggia su cui prospettava il didietro della struttura. La nostalgia ci masticava vivi. Specialmente noi calabresi che provenivamo da piccoli centri dove avevamo libertà di scorrazzare per le strade, non c’erano pericoli, macchine ne passavano a cantata di porco e addosso avevamo l’occhio vigile dei vecchi inabili alla campagna. Ci angustiava anche la difficoltà della lingua. Da noi, al maestro si rispondeva in dialetto, quelli più bravi in una parlata lontana parente dell’italiano. Ci venivano ostici i tempi più semplici dei verbi, figurarsi congiuntivi e condizionali. La stessa composizione di una frase con soggetto, predicato e complimento, se riuscita, era roba da applausi scroscianti.

Dopo un mese lì, eravamo in piena angoscia, vergognosi e impacciati da raccoglierci a pigna tra di noi e da scansare i contatti con quelli provenienti da regioni diverse, loro l’italiano lo masticavano e avevano accenti che ci parevano più civili. Fu in quel disagio senza sbocchi che, trascorso il giorno dei defunti – per me in paese quello di maggior goduria, l’intera mattinata al cimitero a comporre grandi palle con la cera che scolava a stalattite dalle candele – io di prima media e Felice di seconda ventilammo l’idea della fuga. E da lì a programmarla il passo fu breve. Mettemmo professionalità nel piano. Era già affinato nei dettagli nel tardo pomeriggio. Ci complimentammo con una strizzata d’occhio. Saremmo scappati nel cuore di una notte di buon tempo, con la luna alta in cielo, piena o quasi, che ci soccorresse i passi. “Alle due precise. Appena rintocca…” precisò Felice – nelle ore perdute sempre penetravano le mura i colpi cupi della campana dell’orologio della torre. Ricapitolò tutto: elemento basilare, lui capo e io gregario; bisognava unire le lenzuola dei nostri due letti e accedere ai bagni, discendere i pochi metri che separavano il davanzale della finestra al primo piano dal marciapiedi, largo tre mattonelle in cemento più il bordino, una settantina di centimetri, che girava intorno all’edificio e che confinava con la sabbia del mare, ne era pelo pelo; percorrere la spiaggia in direzione delle luci di Fano, distanti sette, otto chilometri, andare alla stazione ferroviaria, salire su un treno per Falconara, punto di snodo, scendere e montare su uno per Roma, scendere di nuovo e prendere un altro in direzione Reggio Calabria. Sempre chiusi nel gabinetto, non avendo i soldi per il biglietto, con Felice padrone di 130 lire, io di 80, che ci occorrevano per non morire di fame, Felice garantiva che un panino con la mortadella, uno di quelli lunghi, a filoncino, costava 25 lire.

Due giorni dopo, Felice lesse nel calendario di Barbanera che ci sarebbe stata luna piena. Guardò al cielo dell’imbrunire, lo vide sereno e decise che c’erano le condizioni perfette. A me, il cielo, tanto sereno non era parso. Ma c’era l’elemento basilare: gregario, io. Quindi, mosca e avanti, mi accontentai di quelle macchie di azzurro, poche, tra le molte nuvole. Capii anni dopo ch’era tanto forte in lui il desiderio di scomparire da lì che affrettava la fuga per non perdere la fragilità dell’intento, temeva si liquefacesse la spinta, forse non vedeva me convinto del tutto.

La prima fase filò una meraviglia: rimanemmo svegli fino a quei maledetti rintocchi che non giungevano mai – per riuscirci, io, pizzicotti nelle carni da ritrovarmi, dopo, lividi neri che non parevano intenzionati a scomparire – ci rassicurammo al silenzio delle camerate, la mia e la sua, solo infranto dai mugugni dolorosi di altre nostalgie o di sogni infelici, da qualche russata, da lacrime trattenute da svegli e che il sonno scioglieva incontrollate, togliemmo le lenzuola dai letti, posizionammo il cuscino sotto le coperte per ingannare di presenza nel caso di un’ispezione dell’istitutore, procedemmo felpati, con le scarpe in mano, uscimmo nel corridoio, quasi ci scontrammo nell’oscurità appena rischiarata da uno spiraglio di luce in fondo, io composi un cerchio con pollice e indice  e lo schiaffai soddisfatto contro l’aria, Felice fece uguale. Entrammo quatti quatti nei bagni, unimmo per le estremità le lenzuola, aprimmo con cautela la finestra, che fu buona complice, i cardini manco un accenno di cigolio, agganciammo un capo al profilo metallico che spartiva le ante, mandammo all’esterno la corda improvvisata. Felice, più grande di me di un anno, e capo, si assunse l’onere e l’onore d’essere il primo. Sedette sul davanzale con le gambe sporte fuori, afferrò con entrambe le mani il lenzuolo, cominciò ad andare giù. Non fece molta strada, l’inghippo lo attendeva appena superata la prima legatura, subito dopo che aveva aggrappato le mani al secondo lenzuolo, quando era sceso sì e no di un metro e mezzo, perché il nodo, forse legato male o per la stoffa scivolosa del candeggio, si sciolse di colpo. E Felice spiccò un volo. Planò scomposto tre metri più giù, battendo di culo sullo spigolo tra il bordino del marciapiedi e l’inizio della sabbia. Attaccò a fare voci come nemmeno le Bagnarote pagate per disperarsi nel lutto di una morte giovane e inattesa. Io mi limitai a dispiacermene. E a congedare la fuga: ci avevamo provato, era fallita, pazienza. Poi, gregario ero. E i gregari, si sa, non hanno obbligo di eroismo, che compete ai capi, se una nave affonda è il capitano a dover scendere per ultimo o a non scendere affatto, a inabissarsi assieme, il marinaio no. Così, mi ritrassi nella camerata e mi accucciai sotto le coperte, come non fosse conto mio, mentre le urla di dolore di Felice non cedevano e facevano accendere le luci a rapida catena.

Felice fu il primo pentito di peso e di sostanza, essendo un capo, che infranse l’omertà. Non gli occorse, infatti, uno scorpione velenoso a passeggiargli sulla pancia nuda per cantarsela che io ero suo compagno di fuga. Mi vendette prima ancora di subire uno schiaffo. E oggi, con il senno di poi, penso che avrebbe potuto non vestirsi da infame, ché infame mi apparve allora, tanto sarebbero bastate le lenzuola mancanti a inchiodarmi colpevole. Fatto fu che ci toccò un intero mese senza la passeggiata esterna e senza la ricreazione nelle strutture di fronte, con i campi di calcio, di tennis, di pallacanestro, la pista di atletica, il prato verde dove passavamo ore in cerca di quadrifogli. Ce ne volle perché tornassimo amici.

Finimmo con l’adattarci alla vita lì.

C’impratichimmo nell’italiano. Avanzammo negli studi.

La mia vita collegiale segnò un altro episodio che mi è rimasto indelebile nella mente. Fu in seconda media. La materia più impegnativa, su cui ci si faceva un mazzo così, sembrerà strano ma era educazione fisica. La si praticava sul serio, in palestra. Si usciva inzuppati di sudore e con le gambe alla “tienimi ché cado”. Io ero il più gracilino della classe, pesavo una piuma. Credo che apposta il professore, che la domenica spesso tirava di boxe, da semiprofessionista, e il lunedì compariva con gli occhi pesti e le sopracciglia impiastricciate di pomate che non riuscivano a dissimulare i colpi subiti, chiese a me di dargli un pugno nello stomaco con tutte le mie forze. Io mi ritraevo, mi pareva impertinente, anche se era lui a pretenderlo e a insistere – “coraggio, sono pronto, più forte che puoi”, diceva, contrariato che io non ubbidissi, mentre induriva i muscoli, la tartaruga si direbbe oggi, da opporre al mio colpo.

Me lo ripeté e ripeté. Se ne spazientì, alzò stizzoso per aria un braccio, mi lasciò perdere. E si rilassò, con lo stomaco di nuovo molle. Male. Per lui. Perché io nel frattempo m’ero convinto e partii con il pugno. Lo trovai impreparato, con la carne morbida, non più indurita a incassare, e lo piegai in due, fosse stato un incontro sul ring l’arbitro lo avrebbe contato in piedi. Ancora mi rintronano nelle orecchie le sue imprecazioni. E credo anche che non abbia ben valutato che, come tutta la mia generazione, ero cresciuto per strada tra continue battaglie.

Perché ho fatto diventare inchiostro tutto questo? Non lo so con certezza. Forse è stato per il cumulo degli anni che induce a tornare a quei giorni, distanti una vita, che mi parvero infelici e che invece erano spensierati, mi soccorrevano il futuro, e davvero me lo soccorsero. O forse, semplicemente, m’è risalito su dalle viscere, ha preteso di uscire e mi sono sentito in obbligo di raccontarlo.