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Sabato, 23 Marzo 2019

Rocco Caminiti, noto chirurgo estetico calabrese: "Migliorare e non stravolgere l'immediatezza dell'immagine"

Protagonista di letteratura, poesia, fotografia, arte, mitologia e filosofia, il concetto di bellezza è argomento che accompagna l’uomo sin dagli albori del mondo.

Rocco Caminiti si racconta a Calabria on web. Oggi, in una società definita spesso ‘dell’apparire’ e che trova una delle sue massime espressioni nei selfie da veicolare attraverso i social network, l’idea romantica di bellezza ha ceduto il passo all’immediatezza dell’immagine. E quest’ultima deve, sempre di più, cercare di raggiungere la perfezione. Capita così di recepire, soventemente, quanto ci sia qualcuno pronto a superare il limite pur di ottenere l’obiettivo prefissato, diventando vittima del suo stesso progetto di eccellenza. “DOBBIAMO ESSERE ARTIGIANI DELLA BELLEZZA SENZA SOTTOSTARE AI DIKTAT DELL’APPARENZA. MIGLIORARE E NON STRAVOLGERE!”.

Se il pensiero di Confucio si incardinava sull’idea che ovunque ci sia bellezza ma che non tutti riescano a vederla,  l’attualità vuole che questa bellezza sia, invece, visibile a tutti a prescindere dalle singole sensibilità. Ed è proprio il labile confine che divide il buonsenso (inteso come desiderio di stare un po’ meglio con la propria immagine) dall’esagerazione quello nel quale si muovono i professionisti del settore. Ne parliamo con Rocco Caminiti, noto chirurgo plastico e medico estetico calabrese (precisamente di Villa San Giovanni) che opera in diverse realtà del nostro paese.

Dottore Caminiti, il suo cognome tradisce una lunga tradizione familiare indirizzata alla medicina ed alla cura delle sofferenze: quanto ha influito il vivere a contatto con suo nonno e suo padre nella scelta della professione che, oggi, le sta facendo ottenere notevoli successi?

Mi fa molto piacere poter parlare dell’apporto che la mia famiglia ha dato nel corso del tempo al campo medico calabrese e nazionale. Mio nonno ho imparato a conoscerlo attraverso i racconti dei miei cari e di altri esponenti del settore scientifico che hanno potuto avere un contatto con lui, mentre la situazione è stata ovviamente diversa per quanto riguarda mio padre. Poter osservare come egli svolgesse la sua professione ha infuso in me un senso di rigore sin da piccolo. Binari guida e direttive che mi consentono, oggi, di applicare la medesima inflessibilità in una branca della medicina che qualcuno potrebbe considerare ‘frivola’ rispetto ad altre. Ma quando parliamo di pazienti, essi vanno trattati con la stessa professionalità a prescindere dal tipo di intervento che cui devono sottoporsi, anche perché non dobbiamo perdere di vista il contributo della chirurgia estetica in ambito ricostruttivo. Qui ci addentriamo, infatti, in una cura che si indirizza anche allo spirito ed alla possibilità di tornare a sentirsi se stessi potendo contare su un rinnovato aspetto fisico che magari era stato stravolto per problematiche esterne dovute, quasi sempre, a malattie o incidenti. Osservare una persona che torna a sorridere dopo un mio intervento è, per me, come un ‘déjà vu’: un ricordo tangibile dello sguardo di mio padre che, nonostante l’abnegazione e la fatica, era sempre felice di aver garantito a qualcuno il ritorno alla vita”.  

Come mai ha deciso di dedicarsi a questa specializzazione? Ha avuto qualche input particolare durante il corso di studi? 

“Agli inizi della mia carriera da studente, mio padre purtroppo restò paralizzato e questo gli impedì di poter materialmente seguire da vicino la mia formazione, così l’affidò ad un chirurgo in cui poneva molta fiducia. Il mio mentore era anche un chirurgo estetico dedito soprattutto ai processi ricostruttivi post malattie oncologiche. E’ stata perciò una scelta naturale passare dall’osservare le sue capacità a voler intraprendere la stessa strada, anche perché della chirurgia estetica mi ha sempre affascinato la delicatezza dei movimenti, il modo nel trattare i tessuti, la precisione, il rapporto autonomo con il paziente: il chirurgo estetico, infatti, viene scelto da quest’ultimo e, in base alle richieste di chi lo interpella, decide se compiere o meno un intervento”.

La chirurgia estetica rappresenta ormai un settore in crescita, il cui incremento sembra non arrestarsi. Quali secondo lei le motivazioni che hanno determinato uno sviluppo così importante?

“La risposta più immediata e istintiva sarebbe da ricercare nelle peculiarità che caratterizzano la società odierna. Cioè la volontà di apparire sempre al meglio e inseguire dei modelli che ci vengono costantemente propinati dal mondo dello spettacolo, dei social network, della comunicazione visiva in generale. Sarebbe inutile affermare il contrario. Ed è qui che mi vengono incontro quei valori e quei binari guida cui mi riferivo precedentemente: per me la direttiva prioritaria è valutare la necessità di intervenire e, qualora ritengo sia possibile rispondere positivamente alle richieste del paziente, richiamarmi sempre alla naturalezza quale obiettivo principale, evitando ogni qualsivoglia forma di stravolgimento”.

Esiste una tipologia precisa di pazienti che si rivolge al chirurgo plastico?

“No. Posso tranquillamente affermare che ormai la chirurgia estetica sia trasversale al di là di età, sesso, ceti sociali o collocazione geografica. La ricerca del cambiamento e la voglia di migliorarsi appartengono ormai a gran parte della popolazione, la quale, anche grazie alla possibilità di viaggiare molto di più rispetto al passato, ha, inoltre, nuovi termini di paragone potendo osservare da vicino culture diverse e differenti tipologie di bellezza.”

Dall’esterno il chirurgo plastico sembra dover assolvere anche ad una funzione di ‘consigliere’,  prima che di medico pronto ad intervenire. E’ davvero così?

“Parte fondamentale della mia professione consiste proprio nell’operare con coscienza ed etica. Per perseguire tali obiettivi l’interlocuzione con il paziente è essenziale. Per quanto mi riguarda, infatti, organizzo diversi colloqui affinché sia possibile studiare bene le richieste, comprendere sino in fondo le motivazioni, analizzare le reali necessità di chi mi contatta. Spesso, infatti, è successo che io non abbia dato la disponibilità ad eseguire l’intervento. Ecco perché ritengo che l’aspetto, diciamo psicologico, sia parimenti importante a quello prettamente tecnico. Proprio per questo motivo mi definisco un artigiano della bellezza”.

Da esperto del settore, come reagisce nel registrare alcune esasperazioni che travalicano il superare imperfezioni per sconfinare, invece, in un’idea quasi caricaturale di visi e corpi? “Non credo di esagerare nell’esprimere una sorta di dolore vedendo come alcuni colleghi non tendano a migliorare l’aspetto di una persona secondo dei criteri ben precisi, ma si prestino ad esaudire delle richieste che divengono poi invasive con conseguente stravolgimento. Il lavoro che svolgo è la mia vita, quindi, in quanto tale risponde alla morale che mi appartiene e che non potrei mai ‘svendere’ a favore di qualche più lauto guadagno”.

Qual è il primo consiglio che si sente di dare a chi, soprattutto se giovane, intende sottoporsi ad un percorso chirurgico non per migliorare un difetto evidente, ma semplicemente per cercare di raggiungere certi stereotipi?

“Sicuramente ci parlerei a lungo, e, nello stesso tempo, la inviterei ad uscire di più, divertirsi, incontrare gente e distrarsi da un pensiero del quale potrebbe poi pentirsi in futuro. La gioventù non ha bisogno di correzioni intaccate da vanità, ma di forme di sicurezza in sè stessi che non possono essere raggiunte tramite l’apporto di un chirurgo”.