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Sabato, 23 Marzo 2019

"Il libro invisibile di Pietro Citati" (Rubbettino) presentato a Catanzaro. Mezzo secolo di giornalismo culturale e una lezione: leggere i classici per capire il mondo

Cinquant’anni di giornalismo culturale, tantissimi articoli che hanno impreziosito le pagine del Corriere della Sera e de la Repubblica, molte monografie e un unico neo: non aver scritto nessun libro su Fëdor Dostoevskij. C’è tutto questo nella carriera di Pietro Citati, il gigante della critica letteraria.

Da sx: Claudia Pulice - Emanuele Ciambrone - Loredana Marzullo - Chiara Fera - Umberto Mancino - Vittorio Ciacci

E poi c’è l’incontro con una giornalista calabrese alla quale confida che una monografia sull’autore di Delitto e castigo sarebbe troppo difficile da scrivere. È così che Citati si imbatte in Chiara Fera, la scrittrice che quel coraggio l’ha trovato al posto suo, la giornalista che ha studiato, si è documentata e ha dato alle stampe “Il libro invisibile di Pietro Citati – Racconto di un’analisi”. Centoquattro pagine che scovano quel volume rimasto imprigionato in una miriade di articoli dedicati a Dostoevskij e firmati Pietro Citati, 104 pagine che sconfiggono la paura di un grande rimasto sempre umile e che giovedì sono state presentate nella sala Augusto Placanica della biblioteca comunale del capoluogo di regione. L’attesa è tutta per la presentazione romana del 14 febbraio prossimo. Sarà presente lo stesso Citati, ma intanto il libro ha già cominciato a macinare consensi. A Catanzaro, ad esempio, ha conquistato l’associazione Gutenberg, il circolo di letture Palomar e i ragazzi del Liceo Classico Galluppi.

Il coraggio e l’entusiasmo di Chiara Fera, l’immensa cultura dell’uomo che ha scritto di Goethe, Manzoni, Mansfield, Tolstoj, Kafka, Proust, Fitzgerald, Cervantes e persino Leopardi non hanno lasciato indifferente chi la presentazione dei Tre colli l’ha voluta e organizzata. È per tutto questo che Loredana Marzullo, dell’associazione Gutenberg Calabria, ha moderato l’evento con la grinta di chi sa di avere tra le mani «un libro originale nato da una scrittura coesa, incalzante e senza smagliature che fa circolare passioni e sentimenti che - ha voluto precisare - non possono non esserci in un testo che parla di letteratura». E nonostante quello di Chiara Fera sia un libro nel quale campeggia la figura di Dostoevskij, autore di molti romanzi ispirati a fatti di cronaca, alla moderatrice, convinta che Fera «abbia voluto dimostrare che la prosa giornalistica ha ancora un ruolo importante nella formazione dei popoli» non è sfuggita la passione per Petronio e Apuleio. Tante le questioni trattate, dunque, in un libro che - secondo Loredana Marzullo - «rimane aperto per dare al lettore la possibilità di andare oltre».

Esattamente ciò che ha fatto Emanuele Ciambrone, lo studente del Liceo Classico al quale giovedì è stato affidato il compito di discutere del libro dinnanzi a una sala gremita. Ciambrone non ha fatto alcun mistero del suo amore per la letteratura e, anzi, ne ha fatto un gancio perfetto per far rivivere il protagonista di Delitto e castigo, un giovane che pianifica di uccidere un’usuraia per il bene del mondo, e giungere a una conclusione senza appello: «A volte, forse, il male e il bene si intrecciano». Su I demoni, l’altro grande capolavoro di Dostoevskij, si è poi concentrato il docente di filosofia, Vittorio Ciacci. Un espediente, il suo, in grado di mettere in risalto i cosiddetti personaggi contenitore «che si conformano totalmente all’autore» e, allo stesso tempo, far notare come, «da buon giornalista, Chiara Fera sia riuscita a evitare ogni sua manifestazione sostanziale pur invertendo l’ordine cronologico con il quale Citati ha sempre parlato di Dostoevskij».

Poi il momento clou dell’evento, il racconto dell’autrice, di colei che Il libro invisibile di Pietro Citati l’ha voluto con tutta se stessa, stregata da quella che doveva essere soltanto un’intervista e invece è diventata - sono sue parole - «un’impareggiabile lezione culturale». Ecco perché - ha detto Chiara Fera - «il libro è il tributo a un uomo che contiene in sé sconfinati mondi narrativi». D’altronde, è anche grazie a Pietro Citati se oggi lei sa che «la brevità è il migliore espediente per tenere alta l’attenzione del pubblico». Nel corso di quella lezione in esclusiva che le regalò a Roma, Citati la fece anche riflettere sul fatto che a scrivere si impara leggendo. Un trucco, questo, del quale lei ha fatto tesoro al punto da portare alla luce il libro che un mostro sacro della critica letteraria non ha mai avuto il coraggio di scrivere pur avendo il grande merito di «aver portato in mezzo alla gente i temi trattati dalla letteratura». E, in effetti, Pietro Citati «ha guidato generazioni di lettori» come al pubblico della biblioteca De Nobili ha fatto notare Umberto Mancino, del circolo letture Palomar, convinto com’è che «il giornalista oggi ottantanovenne non si sia mai soffermato sulla mediocrità».

Sarà anche per questo che la docente del Liceo Classico Claudia Pulice ha parlato di Citati come di «un critico che è prima di tutto un lettore nel quale si può trovare quella tensione nella dimensione creaturale che ne fa un critico poco pericoloso, poco manipolatore, che fa immergere il lettore in un altro romanzo e del quale ci si può fidare». E all’insegnante innamorata di Proust non è di certo sfuggita la ciliegina sulla torta ovvero il fatto che l’autrice sia «riuscita a trovare e a selezionare i passi più significativi che aiutano a individuare il cuore dei personaggi». Tanti, dunque, i meriti riconosciuti giovedì a Chiara Fera. Non per ultimo quello sottolineato dal presidente dell’associazione Gutenberg, Armando Vitale: «Aver trovato la chiave per interrogare un personaggio distante e sprezzante verso le cose di questo mondo sottraendolo alla sua solitudine».