Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Venerdì, 16 Novembre 2018

Musica popolare fra tradizione e innovazione. Mimmo Cavallaro celebra "la genuinità della Calabria"

È una delle voci più affermate nella scena della musica popolare, interprete verace della tradizione calabrese, autore di brani inediti che affondando le loro radici su un lavoro di ricerca sull'universo sommerso di testi e canti tramandati oralmente in Calabria da una generazione all'altra.

Mimmo Cavallaro, da circa dieci anni, riempie le piazze di tutta Italia, e non solo, contribuendo alla diffusione della cultura calabrese e al suo sdoganamento oltre confini prettamente locali, proiettando la tarantella calabrese nella folk music europea contemporanea.

Quella di Mimmo Cavallaro per la musica popolare è una passione che nasce da bambino a Caulonia, piccolo comune calabrese con una fisionomia all'epoca ancora marcatamente rurale. “Sono nato a Gozza di Caulonia – racconta –, un territorio isolato in cui non c'era l'energia elettrica o la televisione, in cui l'unica musica ascoltabile era quella popolare, eseguita dai miei nonni e dai miei zii mentre lavoravano nei campi”. Ed è proprio nell'ambito familiare che prende vita il suo interesse per la musica tradizionale calabrese. “Da ragazzo – prosegue – ho cominciato a frequentare il paese che si trovava a valle, distante 18 chilometri, e che mi ha permesso di conoscere il resto della musica e di frequentare ragazzi che suonavano. In quel momento ho compreso che l'unica musica che mi apparteneva era la musica popolare”. Da qui Cavallaro comincia il suo personale lavoro di ricerca per svelare l'universo della tradizione musicale calabrese, troppo spesso schiacciato da oblio ed emarginazione. Dopo questi primi anni di riscoperta del patrimonio immateriale tramandato, il percorso di Cavallaro vira verso la composizione di brani originali, pur sempre ispirati alle strutture musicali tipiche della tradizione, ma che in un certo modo permettono alla tradizione di proseguire il suo percorso e di parlare del presente.

Oggi il lavoro di Mimmo Cavallaro rappresenta al meglio una tendenza, in corso negli ultimi anni, alla convergenza tra linguaggi espressivi, tra innovazione e tradizione, ricerca e riproposizione inedita, che ha visto moltiplicarsi negli ultimi tempi la formazione di gruppi di musica popolare, così come scuole di ballo o di musica. Necessità di raccontare il Sud o mania? Una domanda alla quale è difficile dare una risposta precisa, una tendenza questa che lascia spazio alla contrapposizione di vedute tra “tradizionalisti” e “innovatori”. Se per i primi la musica tradizionale dovrebbe riproporre fedelmente l'universo sonoro e culturale tramandato dal passato, per i secondi il cambiamento è un valore, perché permetterebbe alla tradizione di sopravvivere innovandosi e contaminandosi con musiche e culture altre. “Valuto in modo positivo – precisa il cantautore – chi pensa che sia necessario conservare, nel rispetto della tradizione, la musica popolare per quella che era, ma nello stesso tempo credo che sia importante, in questo particolare momento storico, presentare una musica che non sia rimasta stagnante nel tempo, ma che si è evoluta con le esigenze di ascolto che oggi la gente ed il pubblico hanno. Ecco perché scrivo canzoni che parlano del presente, che affrontano tematiche attuali, ma che hanno come guida lo spirito e le modalità di esecuzione proprie della musica tradizionale”.

Ma al di là degli schieramenti contrapposti, il fermento che negli ultimi anni si è generato a partire dalla riscoperta della musica popolare, in particolar modo del Sud d'Italia, le piazze gremite di pubblici fortemente eterogenei – cosi come il suo ingresso nei teatri, luoghi della cultura alta per eccellenza – non può che essere considerato come un aspetto positivo nella narrazione di una Calabria che ha ancora tanto da dire. “La Calabria che voglio raccontare – spiega Cavallaro – è quella che conosco molto bene, una terra genuina che deriva da una società che si è sempre distinta per la grande operosità e caparbietà della sua gente. Credo – continua – che sia necessario prendere coscienza della territorialità e della calabresità per portare avanti un impegno affinché questa terra possa risorgere e intraprendere un percorso di sviluppo che consenta i giovani, oggi costretti per la mancanza di lavoro e prospettive ad emigrare, di restare in Calabria”.

Siamo nel 2009, dopo aver fatto parte di diverse formazioni di musica leggera e dopo anni di ricerche e studi delle sonorità della tradizione musicale della Locride, Mimmo Cavallaro avvia ufficialmente il suo progetto artistico con la pubblicazione del primo disco “Sona Battenti”, prodotto da Taranta Power sotto la guida di Eugenio Bennato. Un incontro fortunato quello con il musicista napoletano avvenuto diversi anni prima a Caulonia, paese in cui da vent'anni si svolge il “Kaulonia Tarantella Festival”, di cui Bennato è stato direttore artistico (ruolo ricoperto dal 2012 proprio dal cantautore calabrese).  “Ho incontrato Eugenio per la prima volta durante la seconda edizione del festival – ricorda –, alla quale ho partecipato eseguendo quattro brani con il mio gruppo di allora. Da quel momento è nato un rapporto intenso”. Rapporto che è presto diventato collaborazione artistica, tanto che Cavallaro ha accompagnato Bennato in numerosi concerti. È proprio da questa esperienza che nasce il progetto Taranproject. Ma è nel 2010 con la pubblicazione del disco “Hjuri di Hjumari” che avviene un secondo incontro, quello con Cosimo Papandrea, affermato interprete della tradizionale musicale della Locride, che ben presto entrerà stabilmente nel gruppo. La denominazione definitiva diviene “Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea TaranProject” “Cosimo è arrivato nella formazione quando il fenomeno era già in atto. Il suo contributo è stato importante, con le sue canzoni, il suo stile nel cantare e la professionalità con la quale suona l'organetto e la lira. Ma, come succede spesso in tante formazioni, ognuno ad un certo punto sente l'esigenza di approfondire i propri percorsi artistici”. Il fortunato sodalizio con Papandrea, infatti, è destinato a concludersi. Nel 2016 le loro strade si dividono. I TaranProject si sciolgono. Una nuova formazione comincia ad accompagnare Mimmo Cavallaro.

Con “Hjuri di Hjumari”, che contiene 14 brani inediti, Cavallaro marchia il particolare sound dei TaranProject e l’idea artistica che, a partire dal linguaggio della musica tradizionale, si espande verso gli orizzonti della world music. Seguono altri dischi di successo: “Rolìca” del 2012 con la collaborazione di Marcello Cirillo; “Sonu” del 2013, disco in cui la contaminazione è massima e “u sonu” si compone dal mix di strumenti della tradizione e strumenti contemporanei; "Sacro et Profano" del 2014, progetto maturo di raccolta e reintrerpretazione di una serie di brani della tradizione popolare.

Nel corso degli anni Mimmo Cavallaro ha portato la sua musica in tantissime piazze italiane ed in diversi festival di rilievo, in Francia, Svizzera, Lussemburgo, Canada, Argentina. Nel 2012 il gruppo viene selezionato per aprire il Concerto del Primo Maggio, in piazza S. Giovanni a Roma. “Un'esperienza straordinaria – racconta Cavallaro -, dai piccoli borghi in Calabria siamo arrivati a suonare di fronte a 800.000 persone. È stata una grande soddisfazione, ma abbiamo sentito addosso una grande responsabilità nell'affrontare la piazza”.

A giugno del 2015 Cavallaro partecipa all’Expo con il videoclip “Lu cantu di lu marinaru” e un seminario, in veste di relatore, sulla musica popolare calabrese all’interno dello stand della Regione Calabria. Nel 2016 firma un contratto di esclusiva con iCompany e pubblica “Live in studio”, una compilation con i suoi brani più rappresentativi e sempre nello stesso anno realizza il brano “Europa che danza”, già presentato in anteprima al Concerto del Primo Maggio, un brano che porta un messaggio di unione e fratellanza tra popoli.

Arriviamo così al 2018 con la pubblicazione dell'ultimo album di inediti: “Calanchi”, opera ambiziosa registrata e prodotta da Tony Canto. “E un disco a cui tengo tantissimo – evidenzia il cantautore -, che ha richiesto un lungo lavoro. Scritto con la collaborazione negli arrangiamenti di Tony Canto, un grande amico e artista”. Un titolo che rimanda alla terra - i calanchi sono un fenomeno geomorfologico di erosione del terreno -, quella del Sud. “Ho scelto questo titolo - spiega - perché mi trovo immerso nel territorio dei calanchi della parte ionica della Calabria, solcamenti che hanno caratterizzato il territorio. Un territorio certamente bello sotto il profilo paesaggistico, ma che presenta anche delle fragilità non solo dal punto di vista geologico, ma soprattutto sociale”. E cosi, proprio nel brano “Calanchi e Criti”, traccia che chiude l’album, questa fragilità viene espressa nel racconto di un popolo costretto ad abbandonare le proprie radici. È tuttora in corso un tour estivo che lo ha impegnato in tantissime piazze calabresi. Ma c'è anche spazio per progetti futuri. “Questa estate abbiamo girato dall'Aspromonte al Pollino – conclude -, nei prossimi giorni avremo due date in provincia di Milano, ma stiamo già pensando a dei nuovi brani e nuovi lavori che andranno approfonditi, e a un tour da fare in Australia”.