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Venerdì, 16 Novembre 2018

“Ho lasciato in Calabria la mia pelle, e la ritrovo tutte le volte che torno”. Tommaso Labate racconta una generazione che ha smesso di sognare.

In occasione del Festival Leggere&Scrivere di Vibo Valentia, Tommaso Labate racconta la storia di una generazione che ha fatto i conti con l’irresistibile inerzia della rassegnazione, ‘una categoria di giovani vecchi, senza speranze, senza soldi, senza figli e senza rancore’.

Sono ‘I Rassegnati’, così come titola la sua ‘fatica’ letteraria, edita da Rizzoli e presentata appunto pochi giorni fa a Palazzo Gagliardi. Nato a Marina di Gioiosa Ionica, dopo gli studi universitari a Roma, l’iniziazione di giornalista a ‘Il Riformista’, poi le collaborazioni a ‘Vanity Fair’ e ‘L’Unità’, e dopo una breve parentesi a ‘Pubblico Giornale’, l’approdo al ‘Corsera’. Abituale ospite di talk show televisivi come opinionista, ha potuto ‘partecipare’ la sua passione neroazzurra da commentatore sportivo nel programma Mediaset di Pier Luigi Pardo Tiki Taka. Nel 2015 conduce due programmi, uno insieme a David Parenzo ‘In onda’ - un programma di approfondimento quotidiano, e #CorriereLive, appuntamento di informazione settimanale in diretta streaming sul sito del Corriere della Sera. Nel 2016, torna in tv su LA7 con il programma Fuori Onda, trasmesso tutte le domeniche alle 20.30, sempre insieme a David Parenzo.  I Rassegnati - lo definisce un diario, per coloro i quali avevano vent’anni, vent’anni fa. La sua è una carriera brillante, è forse la storia di un calabrese che ce l’ha fatta lontano dalla Calabria, ma guai a dirlo, “Io non ce l’ho fatta, ce la farò quando l’arbitro fischierà” – chiosa Labate. Sempre legato alla sua Calabria, alla sua Marina di Gioiosa, appena possibile torna dai suoi affetti più cari. Un passaggio chiave per lo scrittore e giornalista calabrese, è la mancata riforma Ruberti, con la quale i privati e grandi colossi commerciali e finanziari avrebbero potuto far parte del sistema universitario, non già per privatizzarlo, ma per creare dei flussi e dei canali diretti con gli studenti, costituendo quasi fisiologicamente un bacino di futuri lavoratori specializzati e formati in virtù delle esigenze aziendali. Insomma una grande occasione mancata. Una linea sottile, quasi autobiografica, sembra prender forma leggendo il suo libro, ed è quella che riguarda anche una buona parte di quarantenni calabresi che hanno smesso di sognare. Perché l’identikit del rassegnato sembra esser proprio quello: colui che ha smesso di sognare perché soffocato da uno squilibro generazionale nel quale - secondo Labate - è venuta meno la mobilità sociale, e dove il benessere economico si è appiattito verso il basso, generando un indebolimento del sistema di garanzie.

Dopo tanti anni lontano dalla Calabria, cosa hai lasciato e cosa ritrovi ogni qual volta ritorni nella tua Marina di Gioiosa?

“Ho lasciato in Calabria la mia pelle, e la ritrovo tutte le volte che torno. E questo libro – I Rassegnati – senza la Calabria non sarebbe mai esistito.”

Il libro I Rassegnati si riferisce ad una generazione caratterizzata da una matrice di ‘non-reazione’, ma qual è stata l’ ‘azione’ che ha rilegato in un angolo i quarantenni di oggi?

“Di azioni ce ne sono state tante, e le ripercorro raccontando gli anni Novanta, e le scelte socio-politiche di quel tempo. Scelte e passaggi storici che hanno smorzato le speranze, conducendo in un vicolo cieco quella generazione - definita da Mario Monti ‘perduta’ - alla quale è mancata un momento fondativo, un comodino solido su cui poggiare i propri ideali, una visione del mondo, qualche mezza certezza, qualche santo… qualche eroe. Ma da quel vicolo cieco, sono convinto, se ne possa uscire”.

Il contesto dentro il quale si addentra il libro è drammaticamente caratterizzato da un ‘egoismo generazionale’ in cui prende forma una vera e propria lotta di sopravvivenza tra ‘rassegnati’. L’unica ancora di salvataggio sembra essere l’associazionismo e la sua capacità di aggregare, mettere assieme mondi diversi. Perché?

“Due dimensioni diverse che ho provato ad indagare. L’ho fatto sfuggendo dai soliti schemi di analisi, strutturati politicamente, ma cercando di carpire ciò che stava succedendo all’interno di una società animata da un conflitto generazionale, ed interrogandomi su quale fosse il rapporto di noi ‘quarantenni’ con l’ ‘altro’. L’ho fatto appunto, attraverso esperienze vissute e testimonianze dirette, nelle quali ho potuto sperimentare quanto la coesione sociale possa rappresentare uno strumento concreto per guardare al futuro.”

L’epopea della ‘Pantera’ del 1990, da cui prese il nome il movimento universitario di protesta contro la Riforma Ruberti, perché la considera una cesura storica?

“Abbiamo combattuto battaglie che non meritavano tante energie e non abbiamo combattuto battaglie che di energie ne meritavano parecchie. Il 1990 è l’anno in cui una pantera, che girava per Roma, scappata probabilmente da uno zoo, rappresentò il simbolo di un movimento di protesta che osteggiò la riforma universitaria dell’allora Ministro all’istruzione - il socialista Ruberti - e che a mio avviso, segnò un punto di non ritorno di quella generazione. Perché quella mancata riforma segnò l’inizio dell’era dei rassegnati.”

Dignità e lavoro, un binomio spezzato da decenni di politiche sbagliate e orfane di una visione lungimirante…

“Sono fermamente convinto che esiste un tema di dignità che riguarda il lavoro, per molti anni sottaciuto e bistrattato dai governi centrali, indistintamente dai colori politici. Ma sarei ipocrita se pensassi che la dignità nel lavoro si possa ottenere con un decreto legge. Viviamo un tempo in cui il ‘lavoro’ è stato sostituito dalla concezione del ‘lavoretto’. L‘unica direzione possibile è quella di ripristinare, valorizzandolo, il valore sacro del lavoro. Ristabilire la sua essenza sociale, e il merito di questa maggioranza di governo è che ha colto un punto che le altre forze politiche hanno sottovalutato; ossia - come ti dicevo - quello che esiste il tema della dignità del lavoro.”

I Rassegnati parla di un esperimento attraverso il quale ha sottoposto una semplice domanda ai giovani di oggi … ‘Qual è il tuo sogno?’; quasi la totalità del campione ha risposto: ‘In che senso?’ Ma secondo lei, qual è il senso dei sogni dei ventenni, prima di essere ordinati come nuovi rassegnati?

“Il senso dei sogni dei ventenni è un orizzonte, secondo me, in cu si dorme bene. I giovani di oggi hanno il diritto, come le passate generazioni - dei nostri padri per intenderci - a dormire bene la notte; ad essere tranquilli, sereni. Non dovrebbero vivere i fermenti ai quali, purtroppo oggi una grande fetta di società è costretta. Le nostre mamme dovrebbero smettere di essere mamme e diventare nonne. E le nostre comunità non possono più permettersi un futuro in cui troppi giovani rischiano, lambiscono, sfiorano o addirittura, aspirano al silenzio".