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Giovedì, 15 Novembre 2018

L’ “equivoco” di Papa Francesco: l’unico leader universale rimasto

Per quanto, almeno in Occidente, il consenso politico e sociale tendenzialmente duri poco e sia dunque piuttosto “volatile”, il nostro tempo vede l’affermarsi perentorio di molti leader, assai diversi fra di loro, per origine, legittimazione e peso:

da Xi Jinping in Cina a V. Putin in Russia, da E. Macron in Francia a R.T. Erdogan in Turchia, fino ad arrivare alla vasta schiera di leaders populisti e sovranisti in tumultuosa crescita un po’ in tutto il mondo: V. Orban in Ungheria, M. Salvini e L. Di Maio in Italia, D. Trump negli USA, da ultimo ora J. Bolsonaro in Brasile.

Papa Francesco Bergoglio
Papa Francesco Bergoglio. Nella foto del primo piano: la splendida tela di Caravaggio (“La vocazione di San Matteo”, il quadro è esposto nella cappella Contarelli della chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma) ispirata da Matteo, chiamato anche Levi, un pubblicano (cioè esattore delle tasse) che seguì Gesù con grande entusiasmo, come San Luca.

Per quanto forte sia il potere e, in qualche raro caso, alta la caratura internazionale di queste persone – nessuna di esse può essere considerata realmente un “leader mondiale”, una figura di riferimento per tutti gli uomini (come erano stati Lenin per i “comunisti” di tutti i Paesi, o J.F. Kennedy per i “liberal” di tutto il mondo) e nemmeno un leader regionale, ossia per la propria area culturale (come erano stati Mao Tse-tung per la galassia cinese, G.A. Nasser per tutto il mondo arabo e M.K. Atatürk per l’ampio universo turcofono, che andava e va al di là dell’altopiano anatolico). La verità è che – al di là dell’effimero successo politico conquistato nel proprio Paese (ora con metodi liberaldemocratici, ora con tecniche manipolatorie e/o autoritarie) – nessuna di queste persone, neanche Trump, per quanto influente sul piano mondiale, ha oggi una riconosciuta leadership globale e un messaggio realmente universale da trasmettere.
In questo quadro piuttosto sconsolante – ma indicativo dell’attuale “stato del mondo” – emerge un solo leader di portata universale, che è in grado di parlare a tutti. Non è un leader politico in senso stretto, ma un’autorità morale e religiosa: senza voler far torto ad altre figure di spicco (penso al Dalai Lama), mi riferisco senz’altro al Pontefice della Chiesa cattolica di Roma. In particolare, gode di particolare autorevolezza l’attuale Pontefice – Papa Francesco, l’argentino Jorge Mario Bergoglio (succeduto al tedesco J. Ratzinger e al polacco K. Wojtyla, primi stranieri dopo un’innumerevole schiera di precedenti papi italiani) – che non a caso è al vertice di una complessa organizzazione “cattolica”, ossia effettivamente universale e realmente ramificata in ogni parte del mondo.
Papa Francesco chiaramente è un papa “anomalo”. N.B.: ho scritto anomalo, non eretico.
Contrariamente a quanto si dice, non si è dimenticato della sua funzione “religiosa”, di successore di Pietro e testimone di fede nel regno “oltremondano” di Gesù Cristo, per occuparsi soltanto dei poveri e degli emarginati in genere (popoli dimenticati e oppressi, non necessariamente cattolici, minoranze, divorziati, omosessuali, ecc.). Anche se molto meno di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, pure Francesco continua a “ricordare” a tutti la possibilità della salvezza eterna annunciata da un rabbi ebreo di circa duemila anni fa.

Papa Francesco - Fidel Castro
Nel 2015 Papa Francesco incontrò a Cuba Fidel Castro

Ma non è “questo” il messaggio principale che passa nell’opinione pubblica dal contatto con Papa Francesco: che Gesù di Nazareth sia il figlio di Dio e il Salvatore, ossia «la via la verità e la vita». Questo, in fondo, lo hanno detto tutti i papi. Papa Francesco, invece, “attira” la gente perché è un Papa che parla più ai “lontani” dalla Chiesa che ai “vicini” (i cattolici osservanti, per i quali, anzi, ha spesso parole preoccupate di severa critica).
È un Papa che “sembra” più interessato alla dimensione orizzontale del Vangelo che a quella verticale, che “sembra” più interessato ai problemi dei poveri che alla fede degli uomini in Gesù Cristo. È un Papa che, agli occhi di più di un osservatore, tende a fare più “sociologia” che “teologia”. Un Papa, insomma, che “sembra” aver messo in secondo piano la domanda di Gesù: «ma quando ritornerà, il Figlio dell’uomo troverà ancora la fede sulla terra?» (Lc, 18, 8) e “sembra” molto più preso dall’ansia di risolvere i problemi ecologici, ambientali, politici, di giustizia dell’uomo contemporaneo.  Ho detto “sembra” perché, evidentemente – per questo Papa – non è autentica la fede se non è accompagnata dalla lotta per la giustizia, già hinc et nunc.
Il primato della lotta per la giustizia e della testimonianza della carità verso i più poveri, più che la semplice fede, ha fatto di questo Papa sempre meno il Capo della Chiesa Cattolica – nella quale non a caso permangono significative frange di oppositori (più o meno tradizionalisti e/o conservatori) – e sempre più, invece, un’autorità morale internazionale/universale.
Infatti è un Papa che riesce a farsi capire dagli ortodossi, dai luterani e persino dai musulmani, ma non da una parte (pur minoritaria) del mondo cattolico, che resta confusa, se non sconcertata, dal livello di apertura di Francesco il quale, riprendendo una formula del cardinal Martini, provocatoriamente, per esempio, non ha esitato a dire: «Dio non è cattolico».
In realtà, come tutti i papi, è stato e sarà contestato per ragioni opposte: da un lato ci sono frange minori del mondo cattolico tradizionalista che lo attaccano per le sue “aperture” in materia sessuale, familiare e di bioetica (per esempio, il vaticanista A.M. Valli); dall’altro, c’è chi (per es., il sociologo M. Marzano o la scrittrice D. Maraini in tema di aborto), esattamente al contrario, lo critica perché, a ben vedere, non avrebbe apportato alcuna vera riforma alla Chiesa, del cui stabile patrimonium fidei sarebbe geloso custode, come del resto vuole (quindi deve essere) la sua funzione.
In realtà, Papa Francesco risente della sua formazione di gesuita: dichiaratamente è più interessato alle relazioni umane e alla “pastorale” concreta che alla “dogmatica” teologica astratta. E “sembra” più preso dalla sofferenza degli uomini (quale ne sia la religione), che dall’attenzione alla liturgia divina (quindi alla forza auto-propulsiva dei sacramenti). Invoca, con spirito di profonda umanità, l’infinita misericordia di Dio, il primato della coscienza e la logica del discernimento, ma proprio per questo viene “frainteso” ora dai cattolici (tradizionalisti), ora dai laici (interessati) che spesso lo riducono a un’autorità morale che legittima l’auto-giustificazione e il relativismo.
Un Papa così – in fondo, mi sentirei di dire, che cerca realmente di farsi interprete dell’originario messaggio evangelico – è naturalmente “segno di contraddizione”: viene lodato da chi è lontano, che non lo capisce fino in fondo (e, anzi, cerca di strumentalizzarlo) e nello stesso tempo viene criticato da chi gli è vicino e non coglie la lezione rivoluzionaria della parabola del Samaritano (attribuendogli una presunta flessibilità, o casistica gesuitica, sul piano etico). Ed è “segno di contraddizione” anche quando si rivela, nella Chiesa, molto severo con i cattolici, soprattutto presbiteri e vescovi, infedeli e/o indegni ma, nello stesso tempo, fuori della Chiesa, promotore della misericordia più inclusiva, anzi infinita, di Dio verso i peccatori più lontani.
Papa Francesco, infine, crea problemi ed è anomalo perché – a differenza dei papi, almeno quelli più antichi, che l’hanno preceduto, i quali hanno dismesso la veste che avevano in precedenza per diventare “successori di Pietro” – fondamentalmente è rimasto il cardinal Bergoglio, che crede fortemente nella collegialità/sinodalità e nelle Chiese locali, chiamato dalla Provvidenza a fare semplicemente il “Vescovo di Roma”.
Paradossalmente, è proprio rimanendo in questa veste minore che ha acquistato il primato ben poco discutibile di massima autorità etica mondiale.
Questo Papa piace al mondo, ma non perché lui (come qualche maligno pensa) vuole piacere al mondo (e, quindi, indirettamente al principe di questo mondo) o perché abbia smesso di essere il defensor fidei, bensì perché il mondo che lo acclama ha visto in lui un uomo semplice ed empatico, meno interessato alle sue verità dogmatiche e molto di più alla condizione umana tout court.
Non mi sembra sia poco.