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Venerdì, 16 Novembre 2018

Di cosa parliamo se diciamo “welfare” in Calabria?

Di cosa si parla quando si evoca la parola “welfare” nella nostra regione? 

Potremmo dire, senza tema di smentite, di un sistema che, indipendentemente da quanti si sono alternati alla guida della Calabria, non è mai riuscito ad assicurare un quadro di servizi adeguati. Un quadro di servizi sociali non all’altezza delle emergenze che caratterizzano da decenni la Calabria e nemmeno comparabile con gli standard medi nazionali. Quindici anni (2002-2016) sono un lasso di tempo sufficientemente ampio per offrire una tendenza oramai stabilizzata che consegna la nostra Regione ai margini del settore delle politiche sociali in Italia. Intanto alcuni dati sulla situazione sociale della Calabria. Secondo l’Istat (La povertà in Italia – giugno 2018) la Calabria si conferma anche nel 2017 la Regione con la più alta incidenza della povertà relativa con il 35,3% della popolazione a fronte di una media nazionale del 12,3%. Il 23% della popolazione residente è titolare di un reddito da pensione e circa l’11% (207mila persone) di una qualche pensione di disabilità. Quasi 300mila calabresi sono ultra settantenni (15,3%) mentre appena il 5% della popolazione ha una età fino a 5 anni. Inoltre circa 7.500 alunni calabresi fanno registrare una qualche forma di disabilità che necessita di forme di assistenza. Questo a grandi linee il quadro che necessiterebbe di un sistema di interventi sociali all’altezza, destinate, come dice la norma “a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che la persona umana incontra nel corso della sua vita, escluse soltanto quelle assicurate dal sistema previdenziale e da quello sanitario, nonché quelle assicurate in sede di amministrazione della giustizia". Parliamo quindi di quelle politiche sociali altre rispetto alle pensioni o alla sanità che sono chiamati ad offrire gli enti locali di concerto con la Regione e che rappresentano il termometro della qualità di chi governa e della loro capacità di offrire risposte a concrete esigenze della vita quotidiana dei cittadini. Per offrire maggiore veridicità dello stato del settore i valori di spesa presi in esame sono quelli di competenza. Nel 2016 la spesa complessiva dei Comuni calabresi per i servizi sociali è ammontata a poco meno di 58 milioni di € pari al 5,4% della spesa corrente complessiva, di fronte ad un dato medio nazionale del 13%. Ciò significa che la spesa di cui beneficia mediamente un abitante calabrese in un anno è stata nel 2016 pari a 29,5 euro a fronte degli 87,4 euro a livello nazionale, un dato che fotografa l’enorme differenza territoriale all’interno del Paese. E’ inoltre evidente un andamento ciclico della spesa sociale comunale in Calabria che incide sulla possibilità di offrire uno stabile sistema di servizi sociali alla popolazione e con una distanza costante dalla media italiana della spesa pro capite che nel quindicennio considerato è stata del 228%. La differenza della spesa sociale dei Comuni calabresi è ancora più evidente confrontandola con quella dei Comuni delle altre regioni italiane. Solo la Campania fa peggio di noi ma nessuno ci segue nel minimo della spesa per asili nido, servizi all’infanzia e minori. I Comuni calabresi, tra 2002 e 2016 hanno dedicato il 5,2% del totale della spesa corrente in spesa sociale a fronte di un dato medio italiano del 13,1%. Anche in questo caso è significativo l’andamento non lineare del rapporto che denota una spesa molto fluttuante negli anni che dimostra la dipendenza del settore dai trasferimenti correnti con servizi che “aprono” e “chiudono” in funzione di quanto ottenuto e non già per la loro necessità sui territori. Ciò incide notevolmente sulla possibilità di offrire uno stabile sistema di servizi sociali ai cittadini. Rimangono praticamente inalterati i termini della distanza economica tra la spesa sociale pro capite calabrese e quella italiana media (max distanza anno 2006 – 9,3 punti percentuali; min distanza anno 2002 – 5,6 punti percentuali). Nell’arco degli ultimi quindici anni in Calabria è rimasta invariata la quota di spesa ai servizi per l’infanzia (al minimo in Italia), mentre fa registrare volumi più elevati quella destinata alla assistenza e beneficenza. Notevole è la differenza di spesa che riguarda i tre diversi settori che chiarisce anche un profondo e diverso modello di welfare comunale. I servizi per la prima infanzia hanno rappresentato in Calabria - tra 2002 e 2016 - il 6,4% del totale della spesa sociale a fronte del 28,3% in Italia; le strutture residenziali e di ricovero per anziani, sempre nello stesso periodo il 6,3% della spesa sociale in Calabria contro il 9,8% in Italia; gli interventi di assistenza, beneficenza pubblica e servizi diversi per le persone hanno assorbito l’81,6% della spesa sociale in Calabria e il 56,0% in Italia. Anche la composizione della spesa sociale presenta grandi differenze tra la Calabria e il resto dell’Italia. I trasferimenti monetari ad associazioni e famiglie nonché ad altri enti incidono in Calabria per il 47% della spesa a fronte di un 26% medio dell’Italia. Al contrario le prestazione dei servizi valgono il 23% in Calabria a fronte di un 42% medio italiano e la spesa del personale interno degli enti è tre punti percentuali inferiore nella regione (29,3% in Italia contro 26% in Calabria). Nel 2016 ci sono stati 57 Comuni (14% del totale), con una popolazione complessiva di circa 85mila abitanti che hanno fatto registrare la voce “zero” nei pagamenti per spese sociali. Complessivamente ben 224 Comuni calabresi (55%) hanno fatto registrare una spesa sociale pro capite inferiore a 10 € e quasi la metà della spesa sociale si concentra nei 20 comuni con oltre 15mila abitanti. In ogni caso il 78% dei Comuni calabresi fa registrare una spesa pro capite per politiche sociali inferiore alla media regionale già molto bassa. I valori di spesa confermano un modello che vede la maggioranza dei Comuni calabresi esclusi dalla gestione attiva delle politiche sociali. Un modello “a trazione non comunale” il cui protagonista principale è la Regione e il privato sociale che accede direttamente alle risorse che provengono soprattutto dal FSE. Difficile, pertanto, parlare in Calabria, di welfare comunale se non nei pochi centri maggiori che tuttavia vedono costantemente erodere i propri margini di intervento. Solo nove i comuni calabresi che nel 2016 hanno fatto registrare una spesa sociale (al lordo delle spese del personale interno) superiore al milione di euro. Altro elemento distintivo della spesa sociale calabrese riguarda le fonti di finanziamento per i servizi sociali offerti dai Comuni. Oramai la principale fonte di finanziamento sono le risorse proprie dei comuni e delle associazioni di comuni, che, complessivamente in Italia, finanziano circa il 70% della spesa per i servizi sociali. In Calabria è ancora elevata invece la quota proveniente dai fondi regionali vincolati (a loro volta proveniente dall’UE) che rende il settore particolarmente dipendente da tali trasferimenti. E’ possibile visualizzare l’anomalia del sistema calabrese anche nel rapporto tra la spesa sociale e le entrate derivanti dalla gestione di tali servizi (impegni/accertato). Anche gli utenti dei servizi sociali, infatti, contribuiscono attraverso il pagamento delle rette dei servizi al finanziamento delle politiche sociali comunali. Le entrate dei servizi sociali si attestano mediamente in Calabria sull’1,3% del totale della spesa nei quindici anni considerati a fronte del dato medio italiano dello stesso periodo dell’8,5%. Anche in questo caso dunque i dati ci consegnano una profonda differenza tra i risultati della Calabria e quello medio italiano che definiscono la caratteristica di un welfare affatto universale e soprattutto in cui non si è mai sperimentata una governance unitaria con al centro, come vuole la legge, i comuni calabresi.