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Domenica, 21 Luglio 2019

Giochi multipolari senza il Mediterraneo. Dai “clubs” (Visegràd e Nuova Lega Anseatica) a un’Europa solidale e integrata

L’Unione Europea è una di quelle istituzioni sociali che, per natura intrinseca, non può stare “ferma”.

È una realtà con processi di trasformazione lentissimi, ma così dinamica che, per essa, fermarsi equivarrebbe pressoché a morire: l’UE può solo andare avanti o andare indietro. Senza arrivare a dire che paradossalmente l’Unione va avanti “per crisi” (come fa S. Cassese), comunemente si dice che essa si sposti come il gambero, ossia che, per prassi, faccia sempre “due passi avanti e uno indietro”. È un modo strano di procedere, perché non lineare, ma storicamente caratterizza questa eccezionale istituzione che ha garantito pace e benessere per più di 60 anni al Vecchio continente, almeno agli Stati aderenti (non, dunque, al Kosovo, alla Serbia, ecc.).

In questo contesto anche la c.d. Brexit – l’imminente uscita della Gran Bretagna, salvo novità dell’ultima ora – può giocare a favore dell’accelerazione di una maggiore integrazione fra i 27 Paesi e dunque al rilancio dell’UE, libera dalla palla al piede delle continue contestazioni, riserve ed eccezioni inglesi.

Tuttavia quel che ora sta accadendo non ha veri precedenti.

Non mi riferisco solo alle crescenti tendenze sovraniste e populiste che in troppi Stati europei si affermano con pericolosa diffusione e rapidità. Penso piuttosto al fenomeno – ormai evidente e che ha assunto dimensioni e continuità non più eludibili – della formazione di “alleanze” stabili fra Stati membri dell’Unione. Basti pensare al c.d. “Gruppo di Visegrád” (che dal 1991 unisce 4 paesi dell’Europa centrale: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) o alla più recente ma non meno stabile “Nuova Lega Anseatica” (che da qualche anno riunisce, specialmente intorno al mito del rigore finanziario, ben 8 Paesi del Nord Europa: Olanda, Irlanda, Finlandia, Danimarca, Svezia, Lettonia, Estonia e Lituania).

Il fenomeno non stupisce del tutto, soprattutto se visto come risposta quasi inevitabile alla tradizionale egemonia del rigido patto franco-tedesco, che probabilmente ha risvolti segreti anche militari e che di fatto ininterrottamente guida l’Unione dal 1957, in passato coinvolgendo anche ora questo (Inghilterra) ora quel (Italia) grande Paese europeo. Forse, seguendo la lezione dell’economista Mancur Olson (La logica dell’azione collettiva), i “piccoli” Stati cercano così di reagire all’egemonia dei “grandi” coalizzandosi e, più precisamente, riunendosi ufficiosamente (stages culturali, cene riservate…) prima degli incontri ufficiali degli organi comunitari (Commissione, Consiglio, Parlamento…). In tal modo il “peso” dei piccoli Stati coalizzati, che parlano con una voce sola, finisce con l’equivalere a quello di un grande Stato dell’Unione.

In questo gioco multipolare, ma n.b.: tutto interno all’Unione Europea, dovrebbe esserci spazio per un altro club, decisamente importante non solo sul piano continentale, ma addirittura globale: quello dell’“Europa mediterranea”. Penso a Italia, Francia, Spagna, Grecia, Cipro, Malta… (ma persino al Portogallo, che pure si affaccia sull’Atlantico). Purtroppo questo club europeo non esiste, o comunque fatica a crearsi, per una molteplicità di con-cause, fra le quali da ultimo la guerra civile libica, che vede Francia e Italia contraddittoriamente e contemporaneamente alleate e rivali, è conferma definitiva di fallimento.

Del resto, tutte le volte in cui l’Europa non parla con una voce sola, c’è un fallimento. In questo senso, vanno salutati con favore gli sforzi che l’ultimo Ministro degli Esteri UE (l’italiana Federica Mogherini) ha fatto – con maggiori successi dei predecessori – negli ultimi anni: si pensi all’accordo sull’energia nucleare con l’Iran, ben presto boicottato dagli USA.

La mia impressione è che – a differenza del recente passato dove l’Italia stava prendendo il posto, fra i “grandi” Stati Europei, di un Regno Unito pronto a dileguarsi, proprio in rappresentanza “anche” degli interessi dell’area mediterranea – l’attuale politica estera italiana sia profondamente mutata e si manifesti molto incerta, prediligendo contatti e collegamenti (gli USA di Trump, la Russia di Putin, la Cina autoritaria ma capitalista…) piuttosto slegati dai tradizionali e solidi vincoli di amicizia intra-europea, anzi decisamente lontani da essi.

Spesso i cambiamenti sono sotterranei, sottili, quasi impercettibili, ma non avrei dubbi sull’esistenza di una svolta, per quanto al momento ancora moderata, della nostra politica estera.

Per il resto, penso che l’attuale contesto geopolitico europeo, che rischia di richiamare drammaticamente quello seguente alla pace di Westfalia del 1648, si caratterizzi soprattutto per la presenza di questi singolari “clubs” interstatuali interni al Vecchio continente. Essi sono di per sé legittimi, ma di fatto – consapevolmente o inconsapevolmente – tendono a rimettere in discussione proprio la solidarietà comunitaria e le politiche di coesione che hanno reso possibile, per così gran tempo, il “miracolo europeo”. Insomma, alla lunga, questi clubs non favoriscono certo un effettivo processo di integrazione continentale e rendono dunque più difficile il rilancio di un comune “progetto politico europeo”: mi riferisco – in netta controtendenza alle attuali politiche sovraniste – a un felice mix, progressivo e consensuale, fra una realtà confederale e un sogno cripto-federale.

Il processo sarà lento e il risultato non sarà il paradiso in terra, ma non abbiamo alternative credibili. Per tutti i popoli del Vecchio continente che vogliono restare liberi, l’Europa – un’Europa unita – è l’unica risposta possibile, non il problema.