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Lunedì, 21 Gennaio 2019

Focus sui beni immobili confiscati in Calabria: 4500 di cui 2500 già destinati

Oggi in Calabria si contano circa 4500 beni immobili confiscati, di cui circa 2500 già destinati, mentre la restante parte è ancora in gestione dell’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati.

L’80% dei beni destinati è in capo ai Comuni dove questi beni sono ubicati, la percentuale che residua è mantenuta al patrimonio dello Stato e utilizzata per fini istituzionali. Rispetto ai dati del 2017 si registra un aumento dei beni destinati alla vendita, che si attesta al 6%.

Libera da alcuni anni ha avviato in Calabria un’attività di monitoraggio della fase successiva alla destinazione dei beni immobili ed in modo particolare quella relativa alla vita dei beni destinati alle amministrazioni locali.

Isola Di Capo Rizzuto. Villa confiscata a Nicola Arena, ristrutturata con fondi PON Sicurezza, realizzata struttura recettiva con 25 posti letto; gestita da Cooperativa Terre Joniche oggi ospita scolaresche e turisti da tutta Italia

La legge 109/96 sull’uso sociale dei beni confiscati, promossa dall’associazione antimafia nel 1995 attraverso la raccolta di un milione di firme ed oggi confluita nel codice antimafia, permette di rendere i cittadini partecipi del riscatto sociale proprio attraverso l’uso dei patrimoni tolti ai criminali.

Attualmente lo spettro di una norma inserita nel decreto sicurezza e che prevede l'ipotesi di vendere ai privati, rende acceso il dibattito sull’utilizzo dei patrimoni confiscati alle cosche, che storicamente interroga sul rischio che, rimettendo sul mercato queste ricchezze illecite, i “prevenuti” riescano a riappropriarsene utilizzando dei prestanome.

La questione tuttavia supera i confini nazionali perché la nuova frontiera da varcare è l’Europa (http://www.calabriaonweb.it/2014/09/18/leuropa-e-beni-confiscati-alla-mafia-parla-franco-la-torre-ce-ancora-tanta-strada-da-fare/).

 

I numeri del riutilizzo in Calabria

Bene confiscato a Isola Di Capo Rizzuto, ristrutturato dal Comune per fare una colonia estiva e abbandonato. Spesi 450.000 euro

A fronte di più di 2000 beni già destinati ai Comuni, si stima per eccesso che ne vengano utilizzati non più del 20 per cento e si è ancora lontani dal raggiungere i risultati attesi. I dati riportati danno un’idea di massima sull’affair “beni confiscati”, non essendoci un controllo continuo ed ufficiale da parte delle Istituzioni preposte e nonostante la legge preveda che vengano realizzate relazioni semestrali sulla gestione dei beni.

Dei 136 Comuni calabresi che hanno già acquisito al patrimonio almeno un bene confiscato, sono solo 24 quelli che hanno pubblicato l’elenco sul proprio albo pretorio, obbligo altresì previsto dalla legge. Probabilmente la riforma del codice antimafia agevolerà un iter positivo, vista l’irrogazione di sanzioni nei confronti dei funzionari degli enti locali che non ottempereranno alla pubblicazione ed all’aggiornamento costante dell’elenco dei beni confiscati. Pubblicare i dati sui beni è infatti un elemento fondamentale di garanzia e teso a rendere i cittadini consapevoli e partecipi, oltre a consentire alle associazioni di impegnarsi nel riutilizzo di strutture utili a realizzare servizi per il territorio.

parrocchia San Gaetano Catanoso di Gioia Tauro

Approfondendo la disamina, si registra una crescita della domanda di beni confiscati ed un’implementazione di delibere, regolamenti e bandi pubblici adottati dagli Enti, che evidenzia la volontà di adottare modalità trasparenti di riordino ed assegnazione dei beni.

Sul fronte del riutilizzo, Libera sta completando l’aggiornamento dei dati per il 2018. Nel 2017, si contavano in Calabria circa 117 enti di cui 76 associazioni, 18 cooperative sociali, 14 enti ecclesiastici, 3 fondazioni ed altre tipologie, alle quali sono stati assegnati complessivamente circa 200 beni. Son invece 27 i comuni che utilizzano direttamente circa un centinaio di beni per fini istituzionali, verde pubblico o disagio abitativo. Nel complesso quindi si è registrato un aumento di beni utilizzati del 50% rispetto al 2015. Si tratta di dati quantitativi che non dicono nulla rispetto all’operatività ed alle ricadute sul territorio, ma ci consentono di avviare una riflessione. Naturalmente se si compara il dato con il numero dei beni presenti si tratta di risultati esigui, ma non va dimenticato quanto sia importante, in molti Comuni della Calabria, arrivare al riutilizzo sociale anche di un solo bene, per innescare processi di cambiamento e sviluppo sociale e culturale. Perché va ricordato che nonostante gli sforzi profusi per pubblicare bandi per il riuso, molto spesso questi vanno deserti e ciò per problemi legati a condizionamenti ambientali e culturali perduranti.

Le maggiori criticità e debolezze si evidenziano sul fronte delle amministrazioni locali, spesso non in grado di rispondere ad una crescente domanda di legalità e protagonismo dei cittadini. Le lacune maggiori si presentano proprio nella gestione di fondi pubblici per il recupero degli immobili confiscati, dove a fronte di un grande impegno nella presentazione dei progetti, non fa seguito una buona gestione degli stessi interventi.  Per esempio, Libera rileva che dei 60 beni confiscati sui quali dal 2008 ad oggi sono stati investiti circa 25 milioni di euro di risorse pubbliche attraverso PON e POR, meno della metà sono operativi. I motivi di questa scarsa ricaduta degli investimenti sono tanti, ma il dato che più ricorre è che spesso i progetti vengono realizzati solo per attivare risorse economiche, senza veri e propri obiettivi strategici. A questo vanno aggiunte le lungaggini burocratiche, l’inefficienza di alcuni uffici pubblici, ed in alcuni casi la scarsa volontà politica, quando non addirittura ingerenze delle ‘ndrine locali.

Sanitaria Sant'Elia Reggio Calabria

A tal proposito, la riforma del codice antimafia rafforza il potere dell’ANBSC di assegnare direttamente i beni alle associazioni, senza passare dalla destinazione al Comune. Indubbiamente questo potrà aggirare l’ostacolo di amministrazioni inefficienti, ma va tenuto in debito conto che i risultati possono scaturire solo da progetti frutto di concertazione e dall’investimento da parte dello Stato di risorse dedicate e nel reclutamento di nuovi professionisti.

Capitolo a sé costituiscono i Contratti Locali di Sicurezza, uno strumento operativo di attuazione della strategia di sviluppo regionale, finalizzati ad obiettivi di miglioramento della legalità e della sicurezza su specifici ambiti territoriali. I progetti preliminari, presentati dai comuni a seguito di una richiesta di manifestazione di interesse, sono stati approvati dopo sei anni. Il risultato è che oggi vi sono amministrazioni che si ritrovano a dover gestire risorse senza nemmeno avere contezza degli obiettivi ed il rischio è che molti progetti non verranno nemmeno attuati.

Buone prassi di riuso sociale

Sono numerose le esperienze di riutilizzo di beni confiscati in Calabria a partire dal primo bene confiscato utilizzato per fini sociali, assegnato nel 1989 alla Cooperativa Sociale Saman, precedente alla legge n. 109/96. Le strutture e i terreni, confiscati nel 1983, si trovano nel comune di Cassano All'Jonio, e costituiscono una delle prime misure di prevenzione attuate successivamente alla Legge Rognoni-La Torre. Oggi le strutture ospitano un centro di recupero per tossicodipendenti.

In Calabria si sono sperimentati con successo anche numerosi progetti innovativi. Nella provincia di Crotone è stato sperimentato per la prima volta un progetto per il riutilizzo di terreni confiscati affidati ad una Associazione Temporanea di Scopo costituita da tutte le organizzazioni agricole operanti sul territorio, assieme a soggetti privati che operano nel campo della commercializzazione di prodotti agricoli. Scopo dell’ATS è stato l’avvio delle coltivazioni al fine di aprire la strada alla Cooperativa Sociale Terre Joniche Libera Terra, nata con bando pubblico, alla quale nel 2013 sono stati assegnati i terreni.

A Reggio Calabria si registra il primo bene confiscato assegnato in locazione ad una coppia di imprenditori che ha denunciato, Tiberio Bentivoglio e sua moglie Enza, dopo più di venti anni di minacce, attentati, denunce e sofferenze, oggi conducono la propria attività imprenditoriale, la Sanitaria Sant’Elia, un negozio per la vendita di prodotti per la prima infanzia, grazie alla ristrutturazione di un bene confiscato a Gioacchino Campolo, il “Re dei videopoker”, un tempo utilizzato quale sala giochi.

Anche la Chiesa, nelle sue varie articolazioni, è protagonista non solo nel riutilizzo, ma anche nel monitoraggio dei beni assieme a Libera. In particolare la Caritas, nell’ambito del progetto Costruire Speranza (iniziato nel 2015), ha avviato un monitoraggio al fine di individuare beni su cui realizzare dei progetti di riutilizzo, che si sono concretizzati con la gestione di due strutture confiscate al clan Torcasio di Lamezia Terme, in un immobile opera la comunità “Fazenda da Esperança”, che realizza attività sociali rivolte ai giovani con dipendenze patologiche ed uno spazio di pronta accoglienza per le donne con bambini senza dimora, nell’altro è stato realizzato un ostello. Si cita ancora, a Gioia Tauro, la costruzione della chiesa di San Gaetano Catanoso, la prima realizzata in Italia su un terreno confiscato.

Criticità e possibili soluzioni

Le maggiori criticità riguardo ai ritardi nella attuazione di progetti di riutilizzo dei beni confiscati, riguardano sicuramente la necessità di reperire adeguati finanziamenti, in quanto ogni progetto che si vuole realizzare non è mai a costo zero. Per questo Libera da anni chiede al Governo di sbloccare le risorse del Fondo Unico Giustizia, sul quale confluiscono anche le ingenti somme di denaro confiscate, al fine di utilizzarle per investire sui progetti di riutilizzo dei beni immobili.

Inoltre, sempre sul fronte delle risorse, si deve rilevare che le opportunità sono varie, ma spesso gli enti del terzo settore non sono sufficientemente incentivati e formati, dal momento che le associazioni spesso non prendono in gestione i beni per via dell’incertezza legata a possibili finanziamenti. Insomma un gatto che si morde la coda. A questo si potrebbe ovviare coinvolgendo le realtà associative in percorsi di co-progettazione e modalità diverse di assegnazione.

Certamente le difficoltà ad accedere alle informazioni sui beni confiscati contribuisce allo scarso interesse da parte dei cittadini e della politica in generale. Il sito OpenRegio non fornisce informazioni qualitative, ma unicamente elenchi di numeri. Anche le amministrazioni comunali, quando pubblicano i dati, lo fanno inserendo, discrezionalmente, negli elenchi solo alcune informazioni. Un esempio positivo è quello del comune di Reggio Calabria che ha realizzato una banca dati molto avanzata dove si possono trovare foto, planimetrie e altre informazioni attraverso un potente motore di ricerca (www.bcc.reggiocal.it), ma non dà indicazioni sui beni assegnati e/o utilizzati. Sarebbe quindi necessario che le amministrazioni in possesso di beni confiscati potessero uniformare i linguaggi e le informazioni da fornire ai cittadini utenti.

A tal proposito si menziona Confiscati Bene 2.0, il portale nazionale per la trasparenza e la promozione del riutilizzo dei beni presentato. Il sito, realizzato da Libera e OnData, con la collaborazione di Fondazione Tim, racconta più di 750 storie di beni confiscati alla mafia in Italia e parte dai dati per tracciare il destino di tutto il patrimonio che lo Stato ha confiscato. Si tratta di ville, appartamenti, terreni, aziende, negozi, auto di lusso, opere d'arte. Dal 1996 a oggi sono stati 23.000 i beni tolti alle cosche, di questi 14.000 sono stati restituiti alla comunità. 

Proseguendo nella riflessione, un’ulteriore criticità la si rileva nelle modalità di assegnazione dei beni ad enti del terzo settore e partenariato sociale. Se fino ad alcuni anni fa la maggior parte dei beni veniva assegnato per via diretta, negli ultimi due anni vi è stato un proliferare di bandi pubblici che, pur rappresentando uno strumento di trasparenza, purtroppo in tantissimi casi vanno deserti. I motivi sono tanti, ma il principale pare sia la scarsa informazione rispetto alle opportunità nonché una mancanza di forme di coinvolgimento dei cittadini, propedeutici alla emissione dei bandi. Sarebbe quindi necessario individuare altre modalità di assegnazione, come ad esempio i concorsi di idee, e soprattutto incentivare i partenariati tra più enti, piuttosto che creare condizioni di concorrenza come avviene con i bandi pubblici.

Rimane da rilevare che alcune delle difficoltà sopra descritte, potrebbero essere in parte risolte attraverso i Nuclei di Supporto alle Prefetture, istituiti per legge, ma che in molti casi vengono convocati saltuariamente, a seconda della la buona volontà del Prefetto di turno, e si limitano unicamente a fare il punto della situazione senza peraltro proporre soluzioni. Sarebbe necessario che questi strumenti fossero istituiti attraverso dei veri e propri atti formali, che fossero dotati anche di un regolamento interno, in modo da potere operare indipendentemente e con più continuità.