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Martedì, 26 Marzo 2019

La rincorsa al regionalismo “differenziato”: inizio della soluzione o inizio… dei problemi?

Com’è noto, superata l’euforia della tentazione separatista, da tempo tre Regioni del Nord Italia – Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – hanno scoperto

l’esistenza dell’art. 116, III c., della Costituzione che, per comodità, in parte riporto: «Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia […] possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all'articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata».

Questo obiettivo è più che legittimo perché lontano da velleità secessioniste e perché legato ad alcune reali esigenze delle aree del Paese più efficienti sul piano amministrativo e più avanzate sul piano economico. A tale scopo, nel lontano ottobre del 2017, 2 milioni di veneti (hanno votato più del 50 % degli aventi diritto) e 3 milioni di lombardi (hanno votato un terzo degli aventi diritto) si sono espressi con un “si” al connesso referendum regionale. Per quanto il processo sia lentissimo, il negoziato con lo Stato è in corso ed anzi sembra a buon punto.

Per effetto emulativo altre tre Regioni – Piemonte, Liguria e Puglia – nella logica della “contrattazione diretta” (a due) con lo Stato, a loro volta hanno iniziato la procedura di negoziato e sembrano intenzionate a percorrere la stessa strada, sia pure con alcune ovvie differenze legate alle esigenze e ai contesti locali: per esempio, se il Veneto aveva chiesto ben 24 nuove competenze, il Piemonte pare accontentarsi della metà (12) di nuove attribuzioni.  

Purtroppo il c.d. regionalismo differenziato – ché di questo stiamo parlando – è una novità assoluta e quindi non mancano problemi ed incertezze, non ultime relative al senso che oggi hanno ancora le cinque Regioni a Statuto speciale – Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli V.G., Trentino A.A. – le cui «forme e condizioni particolari di autonomia» (art. 116, I c., Cost) rischiano, a questo punto, di non spiegarsi se non ricorrendo, almeno per tre di esse, a una speciale tutela delle minoranze linguistiche. Tutela evidentemente realizzabile anche senza forme speciali di autonomia territoriale (art. 6 Cost.).

Erika Stefani, ministro degli Affari Regionali e delle Autonomie

Ad ogni modo, sorvolando sul punto da ultimo accennato, la questione seria è un’altra: è comprensibile che gli enti che si mostrano più capaci possano ricevere dallo Stato più competenze, ma certo non sembra giusto che tali enti, per ciò stesso, finiscano così per sottrarre preziose risorse proprio a quelli meno capaci, peggiorando ulteriormente le attuali, gravi diseguaglianze territoriali esistenti fra Regioni del Nord e del Sud. Né, del resto, avrebbe senso concedere maggiori attribuzioni senza fornire contemporaneamente conseguenti maggiori risorse, anche se per la verità una simile anomalia non è nuova nella storia del regionalismo italiano, né va dimenticato che anche la più recente stagione politica ha visto la proposizione di grandi riforme …a costo zero!

Come si sa, le attuali disposizioni costituzionali prevedono l’esistenza – n.b.: per “tutti” i cittadini senza distinzione fra Nord e Sud – di Livelli Essenziali delle Prestazioni (c.d. L.E.P.: art. 117, II c., lett. m, e 120, II c., Cost.). Ma la ben diversa, effettiva, realtà istituzionale e politica – che vede invece “livelli ulteriori” di prestazioni nelle Regioni più avanzate – induce molti osservatori a manifestare diverse perplessità. Per esempio, il giudice costituzionale emerito Sabino Cassese rileva: «La torta (il bilancio statale) non si allarga se qualcuno ne taglia una fetta più grossa, per cui qualcun altro ne avrà una più piccola. A quale titolo possiamo chiedere solidarietà politica di coesione ad altri Paesi europei, se alcune Regioni italiane non l’assicurano ad altre Regioni della nostra stessa nazione?».

Altri, invece, sono meno pessimisti. Per esempio, Sergio Chiamparino, Presidente della regione Piemonte, osserva: «C’è un equivoco di fondo. L’art. 116 della Costituzione non prevede che uno possa toccare la quota fiscale che ogni Regione lascia allo Stato centrale. Prevede solo che, a fronte di maggiori competenze, uno abbia maggiori risorse per farvi fronte». Ma il punto è proprio questo: con un debito pubblico così alto, “chi” fornisce le maggiori risorse? E il personale amministrativo, legato alle nuove competenze regionali, rimane allo Stato o viene trasferito alle Regioni?

Come può arguirsi facilmente, dunque, la questione resta aperta e non è chiaro, al momento, fino a che punto esista un problema effettivo o solo una preoccupazione eccessiva. Per la verità, il richiamo (presente nell’art. 116, III. c. Cost.) al rispetto dell’art. 119 Cost. lascerebbe ben sperare. Infatti tale disposizione, nel III e V c., fra l’altro prevede che: «La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante […] Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni».

Tuttavia sappiamo bene, per esempio ancora in materia di LEP, quanto lo “scarto” fra disposizioni costituzionali di principio e concreta realtà istituzionale possa essere alto. Inoltre, il fatto che proprio i sindacati oggi si oppongano al “regionalismo differenziato” è indicativo dell’oscurità che circonda il tema. Insomma, i problemi non sono ancora risolti e molti punti vanno ancora chiariti.

Solo i prossimi mesi ci diranno cosa effettivamente succederà. Prima dovranno chiarirsi i rapporti interni al Governo fra Lega, forte al nord, e M5S, forte al sud. Poi fra Governo e Regioni interessate. In seguito sarà decisivo il ruolo, e il voto, del Parlamento. Temo, infine, che i problemi qui ricordati probabilmente finiranno col riproporsi alla Corte costituzionale dove ormai, prima o poi, tutti i nodi vengono al pettine.