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Lunedì, 18 Novembre 2019

Lo svantaggio della perifericità calabrese: 50 lettere di Zappone a La Cava

In cinquanta lettere, scritte nell’arco di venticinque anni, il giornalista e scrittore di Palmi Domenico Zappone, descrive all’amico

Mario La Cava

romanziere di Bovalino Mario La Cava, la sua vicenda culturale ed umana di intellettuale meridionale, emarginato, chiuso, isolato in un recinto professionale e letterario dal quale gli riesce difficile uscire. Scrive a La Cava, che stima, sente amico, ma anche perché percepisce che “l’avvocato” (come chiamano a Bovalino La Cava, e lo è davvero) può comprendere i suoi tormenti e le sue ansie di giornalista e scrittore che fatica a vedersi pubblicato. In fondo sono tormenti, fatti gli opportuni distinguo tra le carriere dei due scrittori, che vive La Cava. Rapporti difficili con editori, direttori di giornali, redattori di riviste letterarie. Una conferma che per far parte del mondo letterario nazionale (o anche giornalistico nel caso di Zappone) occorre un supplemento d’impegno, che spesso non basta. Le lettere di Zappone, inedite, sconosciute, riemergono adesso dal loro letargo per merito di Santino Salerno, intellettuale e scrittore di Palmi che ne ha curato la pubblicazione presso “Città del Sole”, nella collana “I tempi della storia” col titolo “Cinquanta lettere a Mario La Cava”. Le lettere provengono dall’archivio del romanziere di Bovalino, dove il figlio Rocco custodisce il vasto patrimonio documentale del padre. E’ lo stesso archivio da dove è riemersa tempo fa la corrispondenza tra Mario La Cava e Leonardo Sciascia (“Lettere dal centro del mondo”, Rubbettino editore), anche questa intrisa di letterari cahiers de dolèances meridionali. Zappone pur ancorato nella sua Palmi collabora con racconti ed elzeviri con le pagine culturali di diversi giornali: Il Tempo, Il Giornale d’Italia, Il Nuovo Corriere, Il Gazzettino di Venezia, la Gazzetta del Mezzogiorno, ma quando il “pezzo” tarda ad essere pubblicato vive ansie che non riesce a dominare senza tormentarsi. In una lettera scrive, all’amico La Cava, senza infingimenti:” Vivo scioccamente e senza entusiasmo”, oppure manifesta apertamente il suo bisogno d’aiuto:” vedi se puoi fare qualcosa per me”, salvo poi pentirsi, come sottolinea Salerno, e tirare fuori l’orgoglio che fa parte del suo carattere: “non voglio pietire, non mi piace pietire, non voglio apparire il solito provinciale”.  Dal carteggio emerge l’ammirazione di Zappone per la Cava.In una lettere dell’11 marzo 1952 scrive: ”Il tuo ultimo racconto ha un inizio da grande scrittore, e tutto il racconto è bello…tendi ad una visione totale di tutta una vita”. Il riferimento è al racconto “Un uomo nella sommossa”, pubblicato su Il Mondo. Accetta le osservazioni di La Cava su alcuni suoi scritti: “Bisognava caratterizzare meglio i personaggi. Me ne ero accorto da me già da un pezzo. Non credere che io sia severo solo con gli altri; con me sono addirittura spietato”. Nelle lettere a volte si fa riferimento ad amicizie e conoscenze comuni tra i due, Alvaro, Sciascia, Repaci, direttori di giornali, redattori di terze pagine. Ma il fil rouge della corrispondenza è sempre legato ai “limiti della provincia” e della perifericità intellettuale. Zappone non parla solo per sé. Associa alle sue le vicende di La Cava, che pure ha una sua visibilità nazionale di romanziere e di giornalista culturale: “Caro La Cava mi auguro che tu e le tue cose abbiate superato la tempesta. Quanto a me, abituato al peggio, tali tempeste atmosferiche sono uno zeffiretto”.  Sono 45 le lettere di Zappone a La Cava e appena 4 quelle inviate da La Cava a Zappone, anch’esse, custodite in copia nell’archivio di Bovalino. Tutte le altre sono sparite, o almeno non è stato possibile rintracciarle, nella casa di Palmi del giornalista, nonostante la disponibilità e l’impegno dell’unico figlio di Zappone Elio, redattore presso la casa editrice De Agostini, scomparso a Milano nel 2016.

Santino Salerno

In una delle quattro lettere “recuperate” scritte da La Cava v’è testimonianza del rapporto familiare, affettuoso, di grande vicinanza tra i due scrittori. “Mi è nata una figliuola, io sono stordito dai pianti, dagli strilli, dalla confusione. Il suo nome è Mariannina”, comunica la Cava. La Cava s’interessa delle vicende di Zappone:” A Firenze ho visto Gaetano Tumiati, il quale ricordava i tuoi scritti con simpatia. Egli mi ha promesso che in seguito avrebbe pubblicato il tuo racconto”. “La disponibilità dello scrittore di Bovalino verso il prossimo è connaturata”, nota Santino Salerno, nella lunga dettagliata introduzione, quasi un “saggio autonomo”, sul tema del disagio degli intellettuali meridionali, che “lontani dal dinamismo culturale centro-urbano, pagano con un supplemento di fatica lo svantaggio della perifericità che trasforma il già difficile mestiere di scrivere nel più difficile mestiere di vivere”.  Un vivere che a volte diventa mal di vivere, come nel caso dello scrittore palmese.  Le spie dell’allarmante disagio di Zappone – dice Salerno – sono evidentissime nelle “Cinquanta lettere”, e ricorda che il 3 Novembre 1976 lo scrittore mette in atto il gesto estremo ponendo fine alla vita a cui, incapace di prenderla per il suo verso, non aveva saputo dare un senso”.