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Venerdì, 23 Agosto 2019

Occhialì, il marinaio calabrese re di Algeri

La figura leggendaria del ragazzo rapito dai pirati saraceni a Le Castella, diventato Grande Ammiraglio dell’armata turca: uno dei marinai più temuti del suo tempo, nel mare Mediterraneo.

Si chiamava Luca Galeni, prima che i turchi lo rapissero, sulla spiaggia del mar Jonio, davanti a Castella, il paese con tre promontori: Japigi, Capo Cimiti e Capo Rizzuto. Quel giorno, il 29 Aprile 1536, i Turchi giunsero mentre la gente era in chiesa ad ascoltare la Messa, racconta Gustavo Valente in “Vita di Occhialì” (editore Ceschina, 1960), il primo libro su questa figura leggendaria.

Occhialì

Il borgo era vuoto, inanimato: le condizioni migliori, per un assalto e il saccheggio, come usavano fare i pirati di Kair ad - din Barbarossa, Kaireddino, come lo menzionano gli storici e lo cita Valente. Ai suoi ordini, c’erano una trentina di navigli. Gli abitanti di Le Castella si rinserrarono nel castello, cercando di respingere l’assalto. Resistettero per tre giorni, facendo fuoco contro i Turcheschi.  Il primo di Maggio, però, crollarono, lasciando campo libero ai pirati, che uccisero, depredarono, distrussero, e portarono via molti dei sopravvissuti. Tra i prigionieri, portato via a viva forza - perché aveva opposto tutta la resistenza possibile agli indemoniati uomini di Barbarossa - ci fu un ragazzo di 16 anni. Quel giorno, di una primavera appena iniziata, comincia la storia di Occhialì, nato cristiano, battezzato, col nome di Luca, fatto prigioniero, venduto al mercato degli schiavi a Costantinopoli, e poi convertito all’Islam (un “rinnegato”), fino a diventare uno dei marinai più temuti del Mediterraneo: unico comandante della flotta turca, a non essere sconfitto nella battaglia di Lepanto, dove trionfarono i cristiani guidati da don Giovanni d’Austria.

Le prime notizie storiche, sull’assedio e l’espugnazione di Le Castella, sono contenute in un manoscritto dell’Abate Gian Jacopo Martino, un calabrese di San Nicola di Val lelonga, vissuto nel XVI secolo, e perciò contemporaneo ai fatti che narra. Tutta la storia, intrigante ed affascinante, della vita di Luca Galeni, il ragazzo di salute cagionevole, e, come riferiscono le cronache, anche piuttosto bruttino, è ora ricostruita in un libro di Enzo Ciconte: “Il Grande Ammiraglio” (Rubbettino editore), sottotitolo: “Storia e leggende del calabrese Occhialì, cristiano e rinnegato che divenne re”.

Il giovanetto che voleva farsi prete, e che dopo essere stato rapito dai Turchi, raggiunse potere, fama e gloria in un paese straniero dell’Impero Ottomano, fu chiamato in tanti modi: Uluosch - Alì -, Usciolì, Ouloudì, Aluccialì, Locchialì, Ulazzalì, Lucchialì; in Occidente furono usati nomi più semplici come Occiallì e Occhialì. Kilige Ali hanno scritto nel monumento che gli hanno dedicato nel paese natio, mentre Ucci Alì si legge sulla targa della via che gli hanno intestato a Crotone. Ma il nome più diffuso dagli storici cristiani è quello riportato dallo storico calabrese Valente nel suo libro: Occhialì. Pure un romanzo storico è stato scritto sul giovanetto di Le Castella rapito dai pirati saraceni: “Uccialì, il re di Algeri” (Città del Sole edizioni) di Santino Oliverio. L’autore intreccia la figura di Uccialì con i fatti storici del tempo e le diverse guerre di cui sono stati protagonisti turchi e spagnoli, prima fra tutte, naturalmente, la più famosa battaglia di Lepanto del 1571.

Ciconte, che traccia un profilo biografico di Occhialì, inserendolo nel contesto della variegata storia mediterranea che vede la Calabria in evidenza, con commerci e scambi in tutta l’area, mette in rilievo un fenomeno poco studiato: quello dei “rinnegati”. Di coloro, cioè, che per sfuggire ad una vita di stenti, di fame, di umiliazioni, consideravano i turchi “un vantaggio”. Molti si facevano rapire “volontariamente”, rinnegavano il cristianesimo e con la fuga con i turchi abbracciavano la nuova religione. Non fu così con Luca Galeni. La sua conversione avvenne dopo l’esperienza della prigione e la riduzione in schiavitù, quando prevalse l’istinto di sopravvivenza. Morire o convertirsi: non aveva molte scelte il giovane calabrese. Diventa convertito, anzi “rinnegato”, per necessità. Si sposa, ha qualità, fa carriera. E’ un marinaio astuto. Lo capisce Dragutt, il terribile pirata cacciatore di bottini, autore di saccheggi e distruzioni, nelle città rivierasche del Mediterraneo Occidentale, che lo porta con sé nelle scorrerie più ardite. Ma Occhialì è capace di intessere relazioni, di costruire rapporti, amicizie, interessi. Diventa lui il personaggio, il protagonista. Scala tutte le gerarchie marinare della flotta turca, fino ad essere considerato il “migliore combattente di mare del Sultano”, come dice di lui lo storico J. Beeching. Veleggia verso la leggenda fino al giorno dello scontro furibondo tra cristiani e musulmani a Lepanto che segna una svolta nella storia dell’Europa. Vinsero le armate cristiane ma Occhialì fu l’unico della flotta turca a tenere testa a Gian Andrea Doria, e a sconfiggerlo. Fu una lotta tra i due migliori combattenti di mare dell’epoca. Tornò a Costantinopoli il “rinnegato” come fosse un vincitore. Ritornò in mare molte volte. Divenne re di Algeri, come premio per le sue capacità. La sua vita ha molti tratti di fiaba e di favola: da giovane pescatore calabrese, a schiavo, a corsaro, ad ammiraglio, a comandante della marina turca. Morì il 4 Luglio 1595, all’età di 75 anni, un’età veneranda per quell’epoca. Fu sepolto in una delle grandi Moschee che lui stesso aveva fatto edificare. Ancora oggi visitata, a riprova dell’importanza che la cultura araba assegna al Grande Ammiraglio.