Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Venerdì, 16 Novembre 2018

“Mai più bambini in carcere”. La proposta: una Casa Protetta a Reggio Calabria. Sarà rappresentata al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e al Garante nazionale per i diritti dei detenuti.

Bambini e carcere: un binomio intollerabile che però è reale e attuale.

Il “caso Rebibbia” ha scatenato prepotentemente la polemica all’insegna dello slogan “Mai più bambini in carcere!”. L’iniziativa dell’associazione “Biesse” presieduta da Bruna Siviglia nasce dopo la tragedia di Alice Sebesta, la trentenne di origine tedesca che, a settembre di quest’anno, ha lanciato per disperazione, uccidendoli,  i suoi due figli dalle scale del Nido del carcere i Rebibbia. Alice Sebasta si trovava  in carcere coi suoi piccoli ed era in attesa di essere mandata (forse) agli arresti domiciliari. Ma andiamo a vedere cosa c’è dietro. Dietro le sbarre, in questo caso…Dietro le sbarre delle 190 carceri italiane.  Donne detenute che scontano pene, come è giusto che sia (molte in attesa di giudizio), ma, delle volte, dietro le sbarre si scorgono anche piccoli occhi innocenti, quelli dei bambini figli di mamme condannate al carcere. Occhi che conoscono solo il grigiore delle celle, il rumore delle sbarre che si chiudono, la quotidianità dei controlli e un rapporto unico ed esclusivo, che talvolta diviene morboso, con madri tormentate dal rimorso di far crescere i propri figli in un ambiente ostile e fortemente deviante per la formazione dei loro bimbi, in una età delicata come quella dell’infanzia.

Di questo si è parlato presso “Spazio Open” di via Filippini a Reggio Calabria, nel corso del primo dei salotti “Biesse” che ha affrontato il tema “Mamme dentro, la detenzione femminile: mai più bambini in carcere”.

L’incontro si apre con il saluto di Giuseppe Crucitta, del Tribunale dei Minori di Reggio. “Un tema che attendeva da tempo di essere affrontato - ha spiegato la presidente dell’associazione, Bruna Siviglia - che si scatena in modo dirompente dopo la tragedia di Alice Sebesta, che spinge dalle scale i suoi due bimbi, con lei reclusi a Rebibbia, gridando “Ora sarete liberi”.

Un mondo di angoscia si cela dietro l’immensa tragedia, nell’anima di ogni madre, che vede scontare ai propri figli la sua personalissima pena che, nel caso estremo, culmina in un gesto disperato del quale la società civile, le Istituzioni, lo Stato non possono non occuparsi.

A moderare l’incontro il giornalista Romano Pitaro, che sulle carceri ha scritto più volte e che di donne si è occupato proprio di recente, scrivendo insieme ad altri due suoi colleghi “L’ape furibonda - Undici donne di carattere in Calabria” (edito da Rubbettino). E poi, stimati relatori, addetti ai lavori, che hanno chiarito ed approfondito leggi e regolamenti, per una concreta proposta risolutiva, attraverso un dibattito tecnico dalle profonde e toccanti sfumature umane.

“Volevo aprire con un filmato che vi avrebbe mostrato la vita di un bambino in carcere – annuncia Bruna Siviglia - ma ve l’ho volutamente risparmiato, per non turbarvi. Il video, questo voglio dirvelo, si apre e si chiude con le urla di questo bimbo, segregato in un luogo che occhi innocenti non dovrebbero mai conoscere”.

E qui il dilemma: come contemperare le esigenze del bambino, per il quale il rapporto con la madre è fondamentale, e che, tuttavia, necessita di un ambiente sereno, familiare e adeguato, con le esigenze di restrizione della libertà della madre?

Ecco accendersi i riflettori, a Reggio Calabria, su un argomento molto delicato, nel contempo complesso, e troppo poco dibattuto.

Contributi fondamentali, quelli del Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Reggio Calabria, Agostino Siviglia; del referente territoriale dell’Osservatorio Carcere avv. Gianpaolo Catanzariti; del componente della Camera penale avv. Emanuele Genovese.

“Queste sono le vere battaglie civili - concordano i relatori - nessun bambino dovrebbe essere privato della libertà e della possibilità di vivere in un ambiente favorevole per la propria crescita e formazione”.

Partiamo dai dati, tutt’altro che allarmanti, che portano, invece, ad un barlume di speranza: nei 190 istituti penitenziari italiani sono detenute 50 madri con 59 figli al seguito. Si pensi che di circa 60mila detenuti in Italia la popolazione femminile è la minoranza più nota: solo il 4,12 per cento.

Numeri esigui (specie quello delle madri con figli)  che consentirebbero il collocamento di queste madri all’interno degli Icam, Istituti a custodia attenuata per detenute madri, previsti dalla legge, coniugando così l’esigenza di espiazione della pena con il diritto fondamentale del bambino di vivere in un ambiente più consono al suo sviluppo. “Per ciò che concerne la territorialità della pena  c’è da rilevare che attorno alle carceri ruotano tantissimi bambini - spiega Catanzariti – costretti a viaggiare, perché la territorialità (principio previsto dalla legge, secondo il quale il detenuto deve scontare  la pena quanto più possibile vicino al luogo di origine, ndr.) non viene sempre rispettata per esigenze di sicurezza. E allora perché nel caso in cui, invece, il trasferimento potrebbe essere disposto in favore del minore, portando le mamme in strutture consone alla crescita della prole, vengono alzate le barriere?”.

Gli Icam sono previsti dalla legge n°62 del 2011, che consente anche l’espiazione agli arresti domiciliari o presso Case Famiglia Protette; queste carceri a custodia attenuata in Italia  sono solo 4: a Milano, Torino, Venezia e quello, non funzionante, di Cagliari, e potrebbero risolvere il problema, che non risiede in un vuoto legislativo ma è dovuto “all’applicazione o all’interpretazione del dettato normativo”, secondo Agostino Siviglia.

“Attraverso gli Icam si abbatterebbe, così, anche il problema - osserva Pitaro - dell’espiazione della pena agli arresti domiciliari, nel caso in cui la madre, specie se straniera e magari illegalmente presente sul territorio italiano,  non dovesse avere un domicilio”. Il tutto senza considerare che le donne vivono in strutture tarate su esigenze prettamente maschili e inconciliabili con quelle femminili di donne e di madri.

Attraverso la Casa Protetta, inoltre, si raggiungerebbe più efficacemente la finalità rieducativa su cui fonda il sistema penale italiano, e di cui ci parla la nostra Carta Costituzionale all’articolo 27, con la possibilità di un reinserimento sociale.

Il tema principale, delle madri in istituti detentivi, ha dato modo anche di accennare la situazione delle carceri italiane che, contrariamente a quanto si pensi, non sono tutte sovraffollate, ma certamente di difficile gestione, a causa della carenza di personale; un sottodimensionamento che fa sì che la conduzione delle stesse, risulti difficile e carente. Sarebbe fondamentale poi, come sostiene ancora Siviglia, la presenza di volontariato qualificato.

Pitaro chiede, infine, al Garante dei diritti dei detenuti di esprimere un’opinione sulla riforma dell’Ordinamento penitenziario di recente approvazione. Per Siviglia la stessa risulta deludente, perché non tiene conto del documento finale scaturito dal lavoro degli Stati Generali dell’esecuzione penale.

“La riforma è una cocente delusione – afferma il Siviglia - perché non tiene conto della parte relativa alle misure alternative alla detenzione. Rimane, invece, positiva la mia valutazione sulla sezione relativa alla esecuzione penale minorile”.

Un convegno molto interessante, dunque, che ha aperto un bel dibattito su un tema, considerato marginale, ma che si è esplicitato in tutta la sua gravità, grazie all’apporto qualificato dei relatori, e all’ampia partecipazione di soci e cittadini, che ha trovato tutti concordi sull’obiettivo da raggiungere. A tal proposito Agostino Siviglia ha anticipato una notizia importante. La sua decisione di farsi portavoce della proposta di istituire in Calabria un Icam, avanzata dal giornalista Pitaro e dalla Biesse, in occasione dell’incontro con il Garante Nazionale, con tutti i garanti territoriali, e con il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini. La richiesta potrebbe divenire fatto concreto, anche in base alle linee programmatiche del Ministro della Giustizia che ha dichiarato di volere aprire un Icam in ogni regione.

Una cosa è certa, la Biesse ha voluto spalancare una finestra sul delicato argomento, e l’attenzione si spera che rimanga alta; in gioco ci sono diritti di bambini che scontano il carcere da innocenti, e la cui voglia di vivere si scontra drammaticamente con la reclusione, che nega loro i colori, l’aria aperta, i giochi, la socializzazione, le gioie, la serenità e la spenzieratezza… Veri e propri diritti che l’infanzia porta con sè, e la cui assenza, potrebbe avere gravi ripercussioni sulla loro  formazione psichica. Unanime e corale il messaggio che scaturisce dall’incontro, al termine del quale si è elevato un unico imperativo, a chiare lettere e con grande veemenza:  “Che nessun bambino sconti, mai più, la pena dei propri genitori!”. Pitaro, infine, ha ricordato che proprio Rosella Postorino, la scrittrice vincitrice del Campiello 2018 con Le assaggiatrici, oltre tutto nata a Reggio Calabria, ha scritto nel 2013 un libro Il corpo fragile in cui la protagonista è nata in carcere e il carcere se l’è portato dentro tutta la vita. Un libro da leggere!”